Non datemi del fissato,
per favore, se dopo aver parlato più volte, nel corso del 2005,
degli ottimi, esemplari, paradigmatici vini targati Arpepe, il
Valtellina Superiore Sassella Rocce Rosse 1996, il Rosso di
Valtellina 2003, il Valtellina Superiore Grumello Rocca de Piro,
l'Ultimi Raggi, volendo parlare ancora dei Nebbiolo di questa
magnifica zona vinicola di montagna mi trovo ancora qui a segnalarvi
- e consigliarvi caldamente - un vino dell'azienda creata da quel
personaggio indimenticabile che è stato Arturo Pelizzatti Perego.
Cosa volete farci, non è colpa mia se nel cor (e nel palato)
proprio questi vini valtellinesi mi stanno e non altri che fanno
invece sdilinquire le guide, incuranti del fatto che molti vini del
loro privilegio potrebbero essere scambiati per vini provenienti da
ben altre zone e non mostrano il carattere, l'unicità, quel nerbo
che sarebbe lecito attendersi da vini che nascono da una viticoltura
eroica e di testimonianza come quella della più settentrionale delle
Valli lombarde. A me, simpatia (dichiarata) a parte, per questa
famiglia, che dopo la scomparsa di Arturo,nel dicembre del 2004, si
è presa il non indifferente impegno di andare avanti come nulla
fosse successo, mantenendo lo stile e l'impostazione, tutta verità e
rispetto della Chiavennasca e dei suoi terroir di montagna, voluta e
difesa, non senza fatica, dal fondatore, questi vini scabri,
essenziali, volutamente non ruffiani, autentici sino in fondo,
piacciono profondamente e quindi poter parlarne è sempre un estremo
piacere. Ci sarebbe molto da dire, spaziando dal viticolo
all'enologico, all'aneddotico (la scelta del nome non è casuale, ma
ha un preciso significato per la famiglia e per quegli amici che
hanno voluto bene ad Arturo...), su questo vino, prodotto con uve
provenienti dalla zona di Sondrio e di Montagna in Valtellina,
quindi nell'area della sottozona Grumello, che Giovanna, Isabella ed
Emanuele Pelizzatti Perego hanno scelto di presentare sotto l'egida
dell'Igt Terrazze Retiche di Sondrio. Basterà dire che il vino
che è prodotto con il consueto, collaudatissimo, benedetto metodo
tradizionale, che prevede una lunga macerazione sulle vinacce e un
affinamento in grandi botti di rovere (da 50 ettolitri) e non in
barrique (deo gratias!), seguito da almeno sei mesi di riposo in
bottiglia prima della commercializzazione. Il risultato, basta
stappare e lasciare per qualche tempo aprirsi e respirare il vino,
senza doverlo necessariamente decantare (nessun deposito e una
perfetta limpidezza), è la consueta magia, l'incanto, che si
sprigiona dai vini di questa azienda che non ha mai voluto épater
les dégustateurs, ma ha sempre cercato di produrre vini a misura di
consumatore e di appassionato competente. Ovvero di persona che
quando stappa una bottiglia non è per indulgere ai riti vagamente
oziosi della spaccatura del capello in tre, della ricerca di chissà
quali monumentalità, preziosità ed effetti speciali, ma per bere con
piacere, per gustare un prodotto che faccia capire da dove viene,
che restituisca l'incanto ed il fascino di un territorio unico com'è
la Valtellina. Anche quella, modernizzata, e normalizzata, di
oggi. Osservate con attenzione, senza stancarvi, il colore del
vino, quel rubino granato brillante, lucente, assolutamente
"nebbiolesco", che è ben diverso, quanto diverso, dai colori fitti,
concentrati, tra la melanzana ed il viola acceso, di molti vini
attuali che portano in etichetta la dizione Valtellina. E lasciate
emergere lentamente quel naso caldo, vivo, sapido, intensamente
minerale e nervoso, quei profumi netti e freschissimi di lampone, di
selvatico, di sottobosco, di ginepro, per cogliere l'eleganza
assoluta, scabra e petrosa di un bouquet inimitabile e di uno stile
aziendale. Il resto poi, sin dal primo sorso, è solo diretta
conseguenza di questa purezza, la bocca calda, vellutata, piena,
avvolgente, con un frutto maturo, ma sempre croccante e vibrante, la
perfetta freschezza, il nerbo preciso ricco di sale, l'acidità
bilanciata, la lunghezza e la persistenza e la capacità del vino di
farsi bere, di mantenere la bocca sempre pulita, di trovare sempre
un grande equilibrio tra tutte le componenti, di mantenere
quell'essenzialità che lo rendono unico. Uno splendido vino,
l'ultimo capolavoro di quel grande uomo e custode delle migliori
tradizioni enologiche valtellinesi, Arturo, che non
dimenticheremo.
Franco
Ziliani Voto:
@@@@ (degustazione
in data: 01/2006) |