| Barolo e Valtellina a
confronto in una degustazione dei vini di Borgogno e Pelizzatti Perego.
Nel raccontare la cronaca di questo raro e prezioso evento del vino,
giacché di evento vero e proprio si è trattato, occorre
subito rendere omaggio alla fantasia, al coraggio di chi l'ha ideato
e organizzato, nella fattispecie l'enoteca Il Piccolo Principe di Milano
(tel. fax 02 43319155 lepetitprince.milano@libero.it) nella persona
di Massimo Bellini, e alla sana incoscienza delle due aziende che dimostrando
rara intelligenza, personalità e capacità di volare alto
hanno testimoniato come il mondo del vino oggi non si riduca alle consuete,
stanche, banali ricette dettate dal marketing, dalle mode, dalle convenienze
e dagli ossequi a vecchi e nuovi potentati economico - editoriali.
Decidere di presentare, in un confronto stimolante, geniale, innovativo,
quattro annate di vini di Valtellina, non annate qualsiasi, ma storicamente
importanti come il 1990, il 1970, 1961 ed il 1957, mettendole a confronto
e senza uscirne massacrati, anzi, con le stesse annate, ma di un piccolo
vino poco noto che, vediamo se mi ricordo, si chiama Barolo, è
stato un gesto eroico, libertario, di spontaneità e bellezza
quasi marinettiane o d'annunziane, che testimonia la personalità
e, consentitemi di dirlo, gli attributi, di un uomo che corrisponde
al nome di Arturo Pelizzatti Perego e della sua deliziosa figlia Isabella.
E la signorile disponibilità e l'acume di una casa storica come
la Giacomo Borgogno di Barolo, che ha accettato, nella persona di Giorgio
Boschis, di mettersi in gioco e di proporre alcuni suoi gioielli in
tandem con la più "piemontese" e "baroleggiante"
delle case vinicole valtellinesi, quella per la quale il Nebbiolo, pardon,
la Chiavennasca, è il più venerabile e sacro degli oggetti
di culto.
Una casa che ogni amante dei vini autentici dovrebbe conoscere e che
le guide, ad eccezione di quella dell'Espresso e soprattutto, diciamolo
una volta tanto, di Duemilavini, che le dedica una pagina onesta e sincera
e punteggi solo un filino avari, clamorosamente e vergognosamente ignorano,
senza che esista un solo valido motivo per giustificare la riduzione
di AR.PE.PE al rango di "missing producer"
In ristretta compagnia, pochi ma buoni, in una giornata milanese piovosa,
che ha indotto alcuni cronisti del vino meno coraggiosi (o forse meno
innamorati persi del Nebbiolo?) di noi a dare forfait (gli assenti hanno
sempre torto, in questo caso doppio torto), con tutto il tempo necessario
e solo dopo tutti gli assaggi e le valutazioni possibili confortati
da un Casera stagionato da urlo selezionato da Gastronom@nia (G&G
S.A.S. di Gianatti Massimo - Via Cesare Battisti, 24 - 23100 Sondrio
- Tel. 0342-212483), ci siamo goduti, ebbene sì, goduti, perché
l'aspetto legato al piacere, alla fisicità del rapporto con questi
otto vini da leggenda è stato intenso, i vini, senza badare,
questa è stato il mio approccio e quello della mia preziosa collaboratrice,
Wilma Zanaglio, sommelier professionista, che mi accompagnava, a stilare
confronti, assurdi e improponibili, tra Valtellina e Barolo. Bensì
badando, soprattutto, a cogliere la grandezza e la peculiarità
delle due tipologie, e a distillare, da ogni vino, tutte le sfumature
possibili, il potere di raccontare storie, di fare sognare e accedere
la fantasia.
Vini diversi, per origine, natura del terreno, microclima, storie e
fortune produttive, i due, ma vini "gemelli" e più
simili di quel che si pensa per la stupefacente capacità di lasciar
parlare i rispettivi terroir, di esaltare la grandezza delle uve, la
sapienza del vinificatore, la pazienza e la saggezza del cantiniere,
che, non casualmente, ha scelto la strada, vecchia e buona e cara, della
migliore tradizione. Tradizione che si è tradotta, in entrambi
i casi, nell'adozione di fermentazioni lunghe (13 giorni, con tre settimane
di macerazione a cappello sommerso per i Barolo di Borgogno, 12-15 giorni
per i Valtellina di Pelizatti Perego), e nell'affinamento in quei meravigliosi
dinosauri dell'enologia che sono i grandi fusti di legno, di rovere
per Borgogno e addirittura di castagno, da 40 - 50 ettolitri, per il
collega valtellinese. Affinamento lungo, paziente, anche di cinque anni,
seguito da un altrettanto prolungato, e fondamentale, periodo di permanenza
in bottiglia prima della spedizione ai (lungimiranti) clienti.
Molte delle bottiglie avevano storie particolari da raccontare, il 1957
di Pelizzatti Perego portava ad esempio in etichetta la dicitura "invecchiamento
naturale" ed era la prima annata che riportava in etichetta la
gradazione, 12,5°, il 1961 era definito "Riserva", mentre
il 1970 recava l'indicazione "produzione pregiata". Il Barolo
1957 aveva conosciuto solo legno e bottiglia con una fermentazione nelle
tine di legno che oggi, in Langa, si stanno sempre più riscoprendo.
Per comodità di lettura definiremo tout court Valtellina (nome
che esprime magnificamente la provenienza e l'identità del vino,
ma il 70 era un Sassella, il 61 ed il 57 due Grumello, il 90 un Sassella)
i campioni di Pelizzatti Perego e Barolo i vini di Borgogno, procedendo,
più che a note di degustazioni tecniche, bellissima cosa, ma
che spesso lasciano il tempo che trovano, alle impressioni che l'assaggio
di ognuno ha suscitato.
Quel che ha stupefatto, in tutti gli otto i campioni, serviti in larghi
ballon con la collaborazione del sommelier Fabio Bagno della delegazione
di Crema, è stata l'incredibile, squillante solidissima tenuta
del colore (alla faccia di chi dice che il Nebbiolo non ne abbia e predica
pertanto l'uso della barrique, dei rotomaceratori, del concentratore
e di chissà quali altre diavolerie enologiche o di disinvolti
aiutini ampelografici per conferirne di più ai vini
), quel
rubino leggermente granato e dalle lievi venature aranciate, ma non
ossidate e stanche, che caratterizza questa magnifica uva del Nord Italia.
Colori densi, caldi, profondi, pieni di luce e di vita, dai riflessi
antichi e nobili, che hanno subito ben disposto, allorché i vini
sono stati aperti per tempo e posti nei decanter a respirare, all'assaggio.
Partiamo, per dovere d'ospitalità essendo noi rivista dell'A.I.S.
Lombardia e non Piemonte, dai Barolo di Borgogno, che si sono confermati
quella grande, solida cosa che siamo abituati a conoscere, tradizionali
nell'accezione migliore, e dotati di quella pulizia esecutiva che i
modernisti hanno spesso accusato (e qualche volta a ragione) fare difetto
nei Barolo old style. Potente, dotato di un naso fittissimo, ancora
chiuso ed in sé, il 1990, vino dalla gittata lunga, dalla grande
tessitura e dalla carnosità da lasciare senza fiato; selvatico
e aereo nei profumi, ma ricchissimo al gusto, dove esplodeva polveroso
come cacao, terroso, consistente, saldissimo e senza fine il 1970, che
definirei un classico. Le emozioni sono poi cresciute con un 1961 favoloso,
dal naso singolarmente canforoso e appena pungente, ma vivo, dotato
di una maliosa densità e dolcezza, ed incisività, ed eleganza,
abbinate ad un nerbo vigoroso e ad un carattere senza esitazioni, e
con un 1957 dove ad un naso leggermente evoluto, con note di humus,
funghi secchi, pelliccia e selvatico, faceva riscontro una struttura
tannica ancora viva e mordente, una buona materia, una bella persistenza.
Ma la vera sorpresa, e la grande libido, mi si consenta, è venuta
dalla quaterna di Valtellina, esaltati, tutti, da quel carattere sapido,
minerale, nervoso, da quella bella acidità viva che ne costituiva
la spina dorsale, il tema conduttore, il DNA. Vini pensati, all'epoca
del loro concepimento, non per i wine tasting, per apparire e ben figurare
in quella sorta di sfilata di miss Italia truccate e rivedute al silicone
che sono i concorsi enologici e le degustazioni delle guide, ma per
essere colti, una volta sottratti ad una cantina accogliente e stappati
dopo anni, con mille attenzioni, e mirabilia al mondo mostrare.
Elegante, aereo, fresco, ancora tutto da aprirsi, ma già con
note leggermente selvatiche e speziate, il Valtellina 1990, dalla bocca
fresca, sapida, incisiva, imponente e sorprendente il Sassella 1970,
di insospettabile densità e vinosità, con note suadenti
di mirtillo, lampone e bonet (il dolce piemontese e langhetto a base
di cioccolato, amaretti e uova), accenni di liquirizia, sottobosco,
vino dotato di un equilibrio e di una piacevolezza, di una forza fantastica,
da lasciare senza fiato. E poi, in un crescendo d'emozioni, d'eleganza
suprema, perfetto il Grumello 1961, tutto una carezza, dolce nel modo
di porgersi, suadente, con note leggermente speziate, esotiche, tra
il carnoso e l'animale, cacao e amaretti e cannella, ratafià
e lampone, con una bocca freschissima, nitida che si allarga verso un
gusto lunghissimo, sottile, cremoso come polvere di cacao finissima
e finisce sapido e nervoso evocando, come direbbe il miglior Veronelli,
i "candidi bagliori delle vette" alpine.
Il finale, con il Grumello 1957 (accidenti, solo un anno in meno del
sottoscritto!) è all'insegna di una raffinatezza, ricercata e
aristocratica, tutta borgognona, con un naso misterioso e complesso
che ricorda un grande Pinot noir in quanto a sfumature di lampone, rosa,
note di humus, e una bocca ancora di buona costruzione e ampiezza che
si chiude su una nota salina e minerale, molto nervosa, che evoca in
qualche modo la mela cotogna ed il melograno.
Che vini grandiosi, che magnifico ricordo di una Valtellina eroica che
fu e che sopravvive ancora, come testimonianza unica, presa in mezzo
tra rispettabilissime ed inevitabili interpretazioni moderne della Chiavennasca,
tra vini sottratti alle botti di rovere e di castagno per finire, inevitabilmente,
in barrique, nella cantina di quel "puro folle" di Arturo
Pelizzatti Perego !
Ed io che, pazzo di mio già sono, e che considero l'incipit di
Herzog di Saul Bellow ("Se sono matto, per me va benissimo, pensò
Moses Herzog") il mio motto, non posso che dirgli grazie, di cuore,
per quelle magnifiche, irripetibili emozioni, che ci ha regalato, insieme
a Borgogno, in quell'indimenticabile, piovoso pomeriggio milanese
Franco Ziliani
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