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11/10/2006
I volti della tradizione, III
11 ottobre
2006, sede AIS Torino, interno notte: terza serata dedicata al viaggio
nella tradizione enologica intrapreso nella scorsa primavera. Sulla
scena, anche questa volta, 6 produttori, 6 filosofie produttive, 6 modi
d’intendere il vino e la sua arte. E, naturalmente, una dozzina di vini
da degustare, per connettere subito pensiero, parole e opere. Per
scoprire che dietro la parola "tradizione" c’è una galassia di punti di
vista, di storie, di ricchezze da esplorare.
Dalla parte della Storia: Sella e il Lessona La
Storia, quella vera: quante sono le aziende che appartengono
ininterrottamente alla stessa famiglia da quasi quattro secoli? In
Italia forse nessuna, a parte quella dei Sella. Luca Furlotti,
direttore commerciale, racconta che i primi documenti di vinificazione
a Lessona risalgono al 1671. E, ricordiamolo, Lessona vuol dire Sella:
se mai da noi si può parlare di un’appellation monopole, è
proprio il caso di questo piccolo comune biellese, dove la famiglia
Sella da qualche secolo vinifica in splendido isolamento, rarissimo
esempio d’identificazione con un territorio. La Storia, ancora: in
pieno Ottocento risorgimentale i Sella acquisiscono un vigneto a Villa
del Bosco, nella zona del Bramaterra. È il periodo in cui la famiglia
dà all’Italia uno dei suoi maggiori statisti dell’era moderna, quel
Quintino industriale, ministro delle Finanze e fondatore del CAI
passato senza soluzioni di continuità da Lessona alle pagine dei libri
di scuola. Geologo e appassionato di vino, anche: così subito s’accorge
che i vini di Villa del Bosco sono diversi da quelli di Lessona, e
capisce che la ragione va cercata nei terreni (sabbiosi, alluvionali e
silicei nell’azienda madre, porfirici dove nasce il Bramaterra): è
Quintino che progetta la nuova tenuta di Villa del Bosco. Insomma, in
questo caso il significato della parola "tradizione" non sta tanto in
una continuità immutata di pratiche enologiche (l’azienda non si fa
mancare nulla, sotto l’aspetto tecnologico: acciaio, rimontaggi
automatici, trasporto dei mosti per gravità), quanto piuttosto in una
dimensione temporale che va oltre le contingenze della contemporaneità
e affonda radici in una continuità famigliare che s’identifica con il
destino di una stirpe, di una gente, di un territorio. Vecchio Piemonte
senza tempo, e sempre vini all’altezza del blasone. Parliamo del
Bramaterra, per esempio.
Bramaterra 2003
(Nebbiolo 70%, Croatina 20%, Vespolina 10%), 13,5% - Vigne vecchie (da
30 a 85 anni) che non mentono: espansiva olfazione di frutto rosso
maturo su pervasiva coltre speziata (pepe, noce moscata), intensi
sviluppi floreali. Insieme elegante e immediato, ha una robusta tenuta
tannica che sorregge un complesso morbido ed elegante, solido ma di
agile freschezza. Chiude su una mineralità borgognona. Impeccabile.
Dalla parte del territorio: Barale e Barolo Il
primo vino dell’azienda F.lli Barale vede la luce nel 1870.
Centotrent’anni di rapporto quotidiano con la vigna, a imparare i
segreti della terra della Bussia e di Castellero, nel cuore del Barolo.
Sergio Barale è chiarissimo: per lui il mondo del vino deve smettere di
enfatizzare l’individuo, perché è il terroir che comanda, e con lui il
vitigno. Cioè il nebbiolo. Sono queste due componenti che devono
entrare nella bottiglia. Ironico e pragmatico (non la manda a dire a
quei vigneron iperinterventisti che fanno "baroli per stupire, che
magari prendono anche più di 100/100"…), sa e spiega che il nebbiolo
vuole tempi lunghi per dare il meglio: e quindi vigne vecchie, che
maturano tardi, da trattare con mano leggera, senza esagerazioni nelle
densità d’impianto (mai più di 4000 ceppi/ha, ché non serve); e lunghe
macerazioni (25-30 giorni); e lunghe maturazioni in botti (grandi, ma
di rovere rigorosamente francese e non di Slavonia, troppo duro e
"chiuso" per il nebbiolo); e certo niente rotovinificatori, ma
rimontaggi manuali, soffici e prolungati. Tempo + terra = tradizione.
Un’equazione che funziona nel bicchiere. Vini che parlano con accento
di Langa.
Barolo Bussia 2001
(nebbiolo 100%), 14% - Preceduto dalla degustazione del più spigliato
(ma intensamente varietale) Langhe Nebbiolo 2003, questo luminoso
Bussia mostra una potenza olfattiva da fuoriclasse, ricco com’è di
frutto (ciliegia sotto spirito), di montanti afrori di liquirizia, di
rigori speziati. Felce, viola, eucalipto precedono un ingresso in bocca
diritto e virile, segnato dall’eccellenza dei tannini e dal bel nerbo
acido. Il frutto ritorna in coda, integro. Barolo.
Dalla parte del contadino: Franchino e il Gattinara senza tempo Mauro
Franchino è l’antitesi del vignaiolo protagonista. Il suo
understatement tutto piemontardo, la sua gentile ruvidezza nascondono
un saper fare contadino, antico e rigoroso, consapevole d’una sorta di
programmatica inattualità. Perché per Franchino non ci sono speciali
alchimie, niente colpi di bacchetta né in vigna né in cantina: solo
terra, clima, frutto, lavoro. L’azienda è nata a inizio Novecento; è
stato il nonno di Mauro a comprare pezzi di vigna su diverse colline.
Allora non s’imbottigliava, e il vino lo si vendeva tutto in Val Sesia.
Come il nonno, così il padre, e ora lui, che coltiva poco più di 2 ha
(!) di vigna. Gli impianti vecchi sono a ritocchino, quelli nuovi
vengono reimpiantati a guyot. 70 q/ha (il disciplinare ne ammette 75),
niente barrique, niente acciaio, solo cemento per la vinificazione e
botti da 20-25 hl per la maturazione. Il suo Gattinara va in bottiglia
dopo 4, talvolta 5 anni dalla vendemmia. Abbiamo degustato il 2000 e il
1999. E ci piace dirlo: se il 2000 ci è sembrato senza acuti, il 1999
era giusto, come più non si può. Rapporto qualità/prezzo d’altri tempi.
Gattinara 1999
(nebbiolo 100%), 13% - Per chi non l’aveva mai degustato, una vera
sorpresa. Il naso è antico e dolce, d’amaretto, marasca, liquirizia,
felce secca, violetta, sottigliezze balsamiche. Senza tempo, sospeso in
una splendida stasi. Al palato è insieme solido e morbido; ammiriamo la
tenuta dei tannini, la spina acida, la rotondità, la lunga persistenza
nettamente minerale. Equilibrato, lineare, piace moltissimo senza voler
stupire. Eccellente esempio di vino gastronomico, se mai ce ne sono.
Bravo!
Il rigore: Scarpa e la Barbera Anche
in questo caso, siamo immersi nella storia dell’enologia piemontese.
L’"antica casa vinicola Scarpa" ha festeggiato da poco il 150esimo
compleanno (è stata fondata a Nizza Monferrato nel 1854). Un secolo e
mezzo coinciso con la nascita del vino moderno e poi contemporaneo; un
terzo di questo cammino, lo ricorda Maria Piera Zola, amministratore
delegato dell’azienda, è stato compiuto sotto la guida della famiglia
Pesce, e soprattutto di Mario Pesce, una delle figure più importanti e
carismatiche del vino piemontese nel dopoguerra. È stato lui a dare
all’azienda l’impronta di rigore e l’immagine, tuttora inattaccabile,
di solido baluardo della tradizione. Che si rifletteva anche in una
politica commerciale priva di compromessi: i grandi vini di Scarpa (la
Barbera, i Baroli, i Barbareschi) uscivano solo quando erano davvero
pronti, dopo anni di maturazioni in legno, senza cedere alle lusinghe
facili di un mercato "tutto e subito". Dopo la scomparsa di Mario
Pesce, la nuova proprietà mantiene la rotta. Per dire: le palizzature
in legno delle vigne sono state restaurate; dopo un periodo di
vinificazioni in acciaio si è tornati all’utilizzo di tini troncoconici
in legno; e ancora, nei vigneti del Barbaresco Tettineive (di cui
abbiamo degustato l’annata 1988), la maggioranza delle vigne spetta
ancora all’ormai raro Nebbiolo Rosé, che ha la meglio su Michet e
Lampia. Quanto alla degustazione, scegliamo di parlare della
classicissima Barbera Bogliona, che a nostro avviso, insieme al
premiatissimo Rouchet, resta il vino più rappresentativo della
tradizione aziendale.
Barbera d’Asti Bogliona 1997
(Barbera 100%), 14% - L’abbiamo degustata tante volte, sempre con
rinnovata soddisfazione. Ormai volge al granato e il naso è austero e
sfaccettato: di ciliegia sotto spirito e rosa appassita, percorso da
terziarizzazioni virili ancora in fase di muta. Pervasiva mineralità
tutta astigiana. Fresca, persistente, non lesina dolcezze di frutto
maturo; è sapida nel finale, come sempre poco compiacente, ma personale
e vera. 70 q in tutto di uva da un appezzamento di 3 ha esposti a
sud-sudovest (Bogliona è il nome d’una strada). Viste le attuali
tendenze enologiche, non è più (ma siamo convinti che lo sarà di nuovo)
una Barbera per tutti i palati; anzi, è piuttosto un’antitesi alla
tendenza a produrre barbere grosse e facili. Meno male che c’è.
Fa’ il vino buono e mettilo da parte: le riserve di Arturo Pellizzatti Perego Ancora
nebbiolo, ma ci spostiamo in Valtellina. La famiglia Pellizzatti
Perego, rappresentata dalla giovane e brillante Isabella, venuta
apposta fino a Torino per presentare i suoi vini, è ormai alla quinta
generazione di vignaioli. 9 ha di terreno, spesso riportato dal
fondovale sui muretti a secco strappati al pendio della montagna. I tre
quarti delle vigne sono nella zona del Sassella (lo erano già quando
"sottozona" era una parola sconosciuta). La coltivazione è tutta
manuale (1200 ore/ha all’anno in media…), e naturalmente si produce
chiavennasca (dal dialettale ciù + vinascia, ci spiega
Isabella: vale a dire, "più adatta a essere trasformata in vino"). Fin
qui, però, Ar.Pe.Pe. potrebbe non essere considerata un’eccezione. Ma
la filosofia produttiva, quella sì che è davvero particolare.
Tradizionale al punto da rinunciare alla pratica dell’appassimento e
alla produzione dello sforzato, perché l’idea famigliare è che il
nebbiolo di Valtellina si esalti piuttosto con le grandi riserve, nate
da lunghe (anche lunghissime) permanenze in legno. Dal 1860,
Pellizzatti Perego ha un’idea fissa: creare vini fatti per viaggiare
nel tempo. Che poi vuol dire: 20-25 giorni di macerazione sotto i 30°,
6-12 mesi in acciaio e cemento, poi 4 anni in legno di castagno, e
ancora un anno in bottiglia. Risultato: il Sassella 1996 è stato
commercializzato solo a inizio 2006… Lo confessiamo: il risultato di
tanta cura ha sorpreso il pubblico dei degustatori, pur avvezzi alle
sottigliezze del nebbiolo. E ha sorpeso anche noi: probabilmente il
vino migliore della serata.
Valtellina superiore Sassella Rocce Rosse riserva 1996
(nebbiolo 95%, brugnola e pinot nero 5%), 12,5% - È aranciato e
luminoso, austero d’antica nobiltà, di cuoio e pelliccia prima, poi
evoluto nella dolcezza del piccolo frutto rosso in maraschino; sotto la
coltre d’etericità c’è complessità di spezia, scorza d’arancia,
goudron. Una tavolozza di toni caldi, armonica. In bocca l’eleganza è
il risultato dell’equilibratissimo connubio fra un’acidità nervosa, una
misurata trama strutturale (tannini esemplari) e la persistente
levigatezza del finale. Complesso, eccellente, appaga in ogni fase
della degustazione.
L’arte tradizionale dell’appassimento: l’Amarone di Quintarelli Silvio
Quintarelli e i suoi fratelli cominciano a fare vino a inizio
Novecento, a Marano di Valpolicella. E dovevano essere bravi, perché
già nel 1907 esportavano negli Stati Uniti. Poi la Grande Guerra, che
da quelle parti non è stata uno scherzo; nel 1924 Silvio trasferisce la
famiglia a a Ceré di Negrar, dove tuttora ha sede l’azienda. Poi le
redini passano a Giuseppe. La tradizione che si tramanda di padre in
figlio è quella dell’appassimento delle uve, che è rigorosamente
naturale, rispettosa dell’uva e dei suoi tempi. Ricordiamo ancora con
sconcertante nitidezza il suo Recioto Classico 1995, che ha segnato la
nostra memoria di degustatori. Se c’è un punto fermo, in Valpolicella,
è proprio Quintarelli.
Amarone della Valpolicella Classico 1997,
16% - Una chiusura di degustazione impressionante. Non tanto e non solo
per la forza cromatica e la ricchezza olfattiva (frutti neri surmaturi,
cioccolato, caffè, cannella, note terrose, di frutta secca); non solo
per l’ovvia potenza strutturale, per il calore e la rotondità dei
tannini, per l’infinita persistenza. Perché quel che rimane, dopo aver
centellinato questo ricercatissimo (e per i più inavvicinabile…)
amarone, è soprattutto un’impressione di rigore ed eleganza. Una
lezione d’equilibrio che fa giustizia di certe esagerazioni "big and
black" che non mancano neppure in Valpolicella.
Gabriella Buscaglino e Roberto Marro |