Camillo Langone, Il Foglio, 24 febbraio 2007
LA DIVA BOTTIGLIA
Ultimo appuntamento con le bottiglie che Mario Soldati raccontò
nel suo Vino al vino, o meglio con le loro discendenti dirette
(mica andiamo a caccia di bottiglie decrepite). In onore del grande
scrittore torinese concludiamo col Nebbiolo, vitigno massimo della
sua regione e non solo di questa (difficile tralasciare la variante
lombarda Chiavennasca).
Dal Nebbiolo discendono vini da bere giovani e vini da bere vecchi.
I giovani sono facili e già negli anni Novanta non avevamo
nessuna difficoltà ad apprezzare il Nebbiolo del Parroco di
Neive o il Nebbiolo sardo della Cantina di Gallura. I vecchi abbiamo
cominciato a capirli nel 2004, meglio tardi che mai, assaggiando il
Barolo dei Cavallotto nella splendida cantina di Castiglione Falletto.
Quei pochi Barolo e Barbaresco sperimentati in precedenza erano acidi
e scheletrici (o tali ci sembravano), oppure al contrario erano ciccioni
e ridondanti, neri come la pece, segno che i produttori avevano fatto
i furbini siccome l'uva Nebbiolo è povera di antociani e dà
luogo a rossi piuttosto scarichi. Fu una rivelazione, finalmente capimmo
Cesare Pavese: "Tre nasi son quel che ci vuole per bere il Barolo".
Al tempo di Soldati la famiglia Cavallotto era già in attività,
ma in Vino al vino è assente quindi assaggiammo le bottiglie
di tre aziende presenti sia oggi sul mercato che allora nel libro.
Due piemontesi, langarole, e una lombarda, valtellinese. Il Grumello
Buon Consiglio 1995 dell'azienda Ar.Pe.Pe. (sigla impotabile
al cui posto vorremmo il nome per esteso Arturo Pelizzatti Perego)
corrisponde alla descrizione soldatiana. Quindi è un Nebbiolo
antico, senza trucco e senza inganno, che vira decisamente verso il
mattone. Il tempo peggiora il colore però migliora l'odore:
bere questi vini subito dopo la stappatura (come capita al ristorante)
significa penalizzarli, ci vogliono alcune ore perché diventino
fragranti.
Discorso analogo per il Barbaresco di Oddero: appena stappato non
diceva niente poi ha invaso la casa di sentori di fieno e camomilla.
Infine il Barolo di Monfalletto, a tenuta dei Cordero di Montezemolo
(ebbene sì, parenti). Forse Soldati non lo riconoscerebbe.
Ricco e vellutato, pur senza tradire legno, colore brillante, nessun
bisogno di essere stappato in anticipo: chiaramente un Nebbiolo di
altra generazione rispetto ai due precedenti. Sarebbe idiota dire
quale dei tre è il migliore: nel vino i gusti personali vanno
considerati sacri, pena lo sterminio di un immenso patrimonio di sfaccettature.
Tentiamo quindi abbinamenti letterari. Il Grumello dei Pelizzatti
è consigliato agli estimatori di Soldati e Carducci, il Barbaresco
degli Oddero a chi piace Giampaolo Pansa, il Barolo dei Montezemolo
a chi ha gradito gli ultimi romanzi di Nico Orengo.