| Del vino della valle alpina nascosta nel
settentrione lombardo quasi nessuno parla più. Considerando l'attenzione
che viene riservata a livello internazionale ai vini provenenienti dal
vitigno Nebbiolo sulla scia della moda Barolo?Barbaresco, questo insider
proveniente da ripidi ed imponenti pendii potrebbe essere destinato ad
un ritorno in tempi brevi. E sarebbe un bene, perchè la Valtellina
ha davvero bisogno di un po' di successo... "Personalmente
il Valtellina non ha mai costituito per me un argomento d'interesse,
ne ho avuto abbastanza-come svizzero-negli anni sessanta e settanta.
Il "Veltliner" me lo ricordavo come un vino debole, acido
ed aspro, prodotto, almeno credevo, in qualche zona meridionale dei
Grigioni. Così, ho trascorso gli ultimi vent'anni della mia vita
in Italia, senza che mi venisse nostalgia di quel vino che dovevo ringraziare
per alcuni stordimenti giovanili.
Nel frattempo, avevo scoperto che la Valtellina non si trova nella Svizzera
meridionale, ma nella regione italiana della Lombardia, e per la precisione
nella provincia di Sondrio. Forse potrà scusare la mia ignoranza
in materia di provenienza geografica dei vini il fatto che gli svizzeri
si sono sempre comportati come se il Valtellina fosse un vino di origine
elvetica, tacendone se possibile ai consumatori la provenienza italiana.
I nomi dei produttori riportati sulle carte dei vini suonavano svizzeri
e le sedi delle aziende si trovavano in località contrassegnate
da codici postali elevetici.
La valle che collega la Valtellina alla Svizzera si chiama Valle di
Poschiavo e benchè essa sia una valle laterale della Valtellina
e sia collegata alla Svizzera solo dal Passo del Bernina, si trova in
territorio elevetico. Sin da tempi remoti, 1a Svizzera ha costituito
il mercato vinicolo di gran lunga più importante e la viticoltura
valtellinese si è decisamente orientata verso il suo confinante
settentrionale. Il Veltiner, che quasi nessuno chiamava con il suo nome
originale di Valtellina, usufruiva in Svizzera di privilegi a livello
doganale che lo avvantaggiarono molto nei confronti di altri vini italiani.
Il settanta per cento della produzione di Valtellina, ovvero oltre quattro
milioni di litri, ancora vent'anni fa attraversava il Bernina diretto
ai Grigioni e di qui al resto della Svizzera.
Improvvisamente, però, gli svizzeri smisero di gradire il Valtellina.
Alla fine degli anni ottanta la domanda svizzera cominciò a calare
rapidamente ed il consumo elvetico di vini valtellinesi crollò
negli anni novanta, fino a ridursi a un terzo della quantità
abituale. L'improvviso abbandono da parte del maggiore acquirente causò
una crisi che giunse inaspettata e si lasciò alle spalle profonde
tracce.
Attratti in Valtellina dallo Sforzato
Passai il Bernina il giorno prima della grande nevicata e del maltempo
che interruppero le comunicazioni stradali fra Svizzera e Valtellina.
Si era a metà aprile e mi venne da pensare a quei vignaioli che,
ancora pochi decenni fa, salivano da Tirano con le slitte ed un paio
di botticelle, pernottavano sul Bernina e poi, il giorno successivo,
riprendevano il loro viaggio verso Samaden o St.Moritz, dove scaricavano
il vino.
Pensai a questo vino prodotto con uve Nebbiolo, che doveva essere stato
di resistenza considerevole, per sopportare senza danni un tale viaggio.
La resistenza è indubbiamente una delle caratteristiche peculiari
del Nebbiolo.
Molto più che per il buon vecchio Valtellina mi rallegrai però
per il supervino, al quale mi avevano portato i complicati allungamenti
di percorso, lo Sforzato.
Lo Sforzato, vinificato da uve appassite è un vino rosso secco
possente e spesso forte, che con la sua presenza dominante mette in
ombra tutti gli altri vini valtellinesi. A confronto con lo Sforzato,
persino i vini delle località prestigiose del Sassella e del
Grumello impallidiscono. Lo Strohwein valtellinese (1), che alcuni produttori
chiamano Sfursat, non presuppone da parte dei consumatori grande intonazione
o grande competenza enologica.
La sua accentuata concentrazione ne fa oggi, almeno dove vini simili
sono di moda, un vino di successo commerciale grande, ma "internazionale".
Segnale evidente del suo successo è il raddoppio avvenuto nel
giro degli ultimi sette anni della produzione di Sforzato, che già
nel 1998 arrivava a 210.000 bottiglie.
E' un dato di fatto oggettivo che questo vino prodotto al modo dell'Amarone
della Valpolicella sia buono e riesca a farsi riconoscere come prodotto
di prima qualità anche dai palati non allenati. Ma proprio questa
sua bontà fondamentale nasconde un pericolo: il suo carattere
viene definito più dal metodo di vinificazione del passito che
dallo specifico terroir di questa valle alpina. Il metodo è riproducibile
ed i vini concentrati, passiti, possono essere prodotti anche in altre
zone.
Vini simili all'Amarone ed allo Sforzato possono essere vinificati non
solo in Valtellina o in Valpolicella, ma anche nell'Italia meridionale
o altrove, e a prezzi decisamente più contenuti.
Con tutte le dovute riserve, la qualità particolare ed il potenziale
di invecchiamento dello Sforzato sono indiscutibili. Ciò non
cambia il fatto che lo Sforzato non abbia più di un paio di decenni,
in quanto a tradizione commerciale.
[
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Con il protrarsi del soggiorno in Valtellina e l'aumentare delle degustazioni
mi diventava sempre più evidente che, sebbene mi fossi fatto
attrarre dallo Sforzato, ben presto gli avrei girato le spalle.
[
]
Arturo Pelizzatti Perego, AR.PE.PE., l'ultratradizionalista del
Valtellina, pur essendo stato tra i primi a mettere in commercio lo
Sforzato, oggi si rifiuta di produrlo: "Lo Sforzato non è
l'espressione delle nostre Vigne, il suo gusto è quello di un
passito rosso, non di un Valtellina. I nostri vini migliori sono Sassella,
Grumello, Inferno
"
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]
Con Alberto Marsetti, uno dei pochi in Valtellina a commercializzare
direttamente il proprio prodotto, sono salito sui terrazzamenti del
Sassella. Il paesaggio che si stendeva al miei piedi, sui tetti di Sondrio,
era di una bellezza mozzafiato. Muri a secco incollati alla roccia,
alti anche quattro o cinque metri, che stanno lì solo per contenere
la terra necessaria a sei o dieci viti, e tra essi scalette temerarie
che salgono; intorno una vegetazione come prima di allora ne avevo visto
solo nell'Italia del sud. Me ne stavo in questo giardino pensile di
muri in pietra, viti e ripidi sentieri, chiedendomi chi avesse potuto
fare tutta quella fatica, e perché.
"La gente di Valtellina aveva poche alternative. Ai tempi in cui
furono costruiti questi muri in origine, il fondovalle era paludoso
e la terra coltivabile rara" mi spiegò il giovane Marsetti,
che oltre ad occuparsi della sua azienda è Presidente dell'Associazione
Viticoltori Valtellinesi, che riunisce circa 800 soci.
"I contadini hanno costruito i muri sulla roccia di questi pendii
riempendoli con la terra del fondovalle".
Non solo per produrvi vino, ma per coltivare sui terrazzamenti angusti
anche i generi di prima necessità, ad esempio il grano saraceno.
Sull'altro lato della valle il sole splende qualche ora al giorno solo
in piena estate, là, ai piedi delle montagne, cresce l'erba per
il bestiame e ci sono anche degli alberi da frutta, ma l'uva non riesce
a maturare.
Insieme con il Vallese in Svizzera, la Valtellina è l'unica valle
alpina disposta da est ad ovest. I pendii del lato settentrionale sono
dei possenti collettori solari. In estate, le temperature arrivano di
giorno anche a 40 gradi, per poi precipitare di notte fino a 15.
Queste escursioni termiche estreme fra notte e giorno spiegano la rara
complessità di frutto e la straordinaria eleganza dei migliori
vini di Valtellina.
Nell'arrampicarmi su questi vigneti d'altri tempi - che solo l'aggettivo
eroici può definire con precisione - mi venne da pensare ai miei
sporadici pellegrinaggi lungo il Rodano. La sera, seduto in qualche
locale sul corso settentrionale del fiume, centellinavo con profondo
rispetto un bicchiere del vino le cui vigne di altezza vertiginosa avevo
visitato durante il giorno.
I vini la cui produzione richiede un tale dispendio di lavoro e mezzi
mi incutono rispetto. In un certo senso, così almeno mi sembra
bevendoli, il piacere del vino si sviluppa in una dimensione molto più
elevata.
Ogni successo deve radicarsi nel vigneto
Più mi trattenevo in Valtellina, più aumentava il numero
dei produttori che conoscevo e i colloqui con loro, e più mi
colpiva la profondità della cultura enologica della zona. Dopo
una lunga serie di vini buoni e in certi casi indimenticabili, ho iniziato
a chiedermi come mai il successo del Barolo non abbia coinvolto anche
questo Nebbiolo, altrettanto maestoso nelle sue interpretazioni migliori.
Per quali motivi la fame di Nebbiolo si concentra esclusivamente su
Barolo e Barbaresco?
La generazione più giovane in Valtellina si è ormai da
tempo sostituita alla precedente, ma ugualmente regna la calma in Valtellina:
di quel turismo del vino, di quei giornalisti specializzati, di quegli
importatori che assediano regolarmente Toscana e Langhe, qui non c'è
traccia alcuna.
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Il giornalista svizzero specializzato Stefan Keller, un conoscitore
della Valtellina, afferma: "L'attuale crisi di immagine è
la conseguenza diretta degli anni d'oro, che hanno impedito qualsiasi
evoluzione. Andava fin troppo bene per i produttori. La vendita sicura
in Svizzera era come oppio per loro e non era certo il caso di preoccuparsi
per produrre qualità migliori."
La storia più recente della Valtellina può ancora essere
letta su una viticoltura atrofizzata e arretrata. La colonizzazione
da parte del mercato svizzero e la degradazione a fornitore di vino
di massa hanno reso per secoli superfluo qualsiasi rinnovamento o investimento.
E oggi, con un mercato moderno disposto a premiare la qualità
speciale, è necessario lavorare sui sistemi di coltivazione e
sui cloni, che appartengono ancora a tempi passati da molto.
La maggior parte dei vigneti andrebbe rinnovata, ma spesso non ci sono
a disposizione i mezzi.
Nel momento culminante della crisi, nel 1992/93, il prezzo dell'uva
precipitò a 1000/1500 lire al kg, e alcune uve si vendevano anche
a 500 lire. Queste cifre non bastavano neppure per gli anticrittogamici.
Nel frattempo, il prezzo delle uve è salito e si colloca fra
le 3000 e le 4000 lire. Ciò consente di vivere e lavorare.
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La mancanza dei vignaioli
Una particolarità della Valtellina è la quasi totale
assenza della figura del commercializzatore in proprio. E' pur vero
che ci sono 3000 vignaioli che coltivano le loro vigne, ma i piccoli
produttori che commercializzano in proprio si possono contare sulle
dita di una mano: Marsetti, Nobili, Leusciatti, Motalli e Gianatti.
E' possibile, sostiene il Presidente Marsetti, che nei prossimi anni
se ne aggiungano quattro o cinque; l'estremo frazionamento esclude comunque
un movimento ampio come quello delle Langhe. L'andamento della Valtellina
è determinato dai grandi produttonì. Sono loro a vinificare,
commercializzare e definire qualità e stile del Valtellina. Si
stima che Nino Negri, Triacca, Nera e Plozza, insieme con la Cantina
Sociale di Villa, vinifichino oltre i tre quarti di tutte le uve valtellinesi.
Sono stati i grandi, negli anni settanta, ad adattare il Valtellina
alle esigenze dei frequentatori delle osterie svizzere, oggi sono sempre
loro ad offrire il Valtellina ad un livello-parliamo soprattutto del
Superiore-che mette la denominazione in una luce completamente diversa.
In soccorso ai produttori, nella loro tensione evidente verso la qualità,
giunge la natura che dopo l'odissea di quattro annate pessime, dal 1995
in poi sta regalando uve con le quali è possibile realizzare
il potenziale sia della zona che del Nebbiolo, oltre al rinnovato orgoglio
degli enologi.
Un caso a parte tra i produttori è Arturo Pelizzatti Perego.
Ascoltandolo nella sua cantina mentre filosofeggiava intorno al vino
e raccontava la tradizione, vecchia di 150 anni, della sua casa, non
ho potuto fare a meno di pensare a Franco Biondi Santi. Entrambi hanno
un'immagine estremamente precisa di quel che deve essere il tipico rappresentante
della loro zona, entrambi sono ambasciatori di un'enologia d'altri tempi,
entrambi emanano un fascino al quale è difficile sottrarsi.
La storia di Pelizzatti è davvero tragica: alla morte del padre,
avvenuta nel 1973, per liquidare alle sorelle la loro parte di eredità,
Arturo fu costretto a vendere la sua storica cantina alla famosa Weinfood,
l'azienda vinicola ora fallita, proprietà dell'Istituto di Credito
Svizzero. Diede in affitto anche i suoi vigneti al nuovo proprietario,
che incorporò prima la Nino Negri e quindi l'Enologica Valtellinese.
Solo nel 1987 Arturo è riuscito a riacquistare la cantina dove
si trova oggi dal Gruppo Italiano Vini, che aveva nel frattempo rilevato
a sua volta l'attività della Winefood. Il marchio "Pelizzatti"
rimane tuttora di proprietà della G.I.V./Nino Negri. Per questo
motivo, Arturo non può contrassegnare i suoi vini col proprio
cognome. Pelizzatti Perego, e deve accontentarsi della curiosa sigla
"Ar.Pe.Pe.". Se al tempi d'oro da Pelizzatti si vinificavano
1.700 ton d'uva, ora esse sono solo 65.
Da imprenditore vinicolo, Pelizzatti non parla molto bene delle banche
e delle leggi italiane di successione. C'è forse da meravigliarsene?
| Maestro d'eleganza
Nella cantina del "Signor Arturo" ci sono grandi botti
con annate che effettivamente si penserebbero già estinte
da tempo. Pelizzatti ha messo da parte '90 ad ettolitri e altre
preziosità, e non si sa bene se non abbia voluto vendere
il vino, oppure se non abbia potuto ... |
 |
Le due vecchie bottiglie, un Sassella '42 ed un '61 risalenti al tempi
di suo padre, che Arturo ha aperto durante la mia visita, mi hanno fatto
capire subito quanto sia ridicola tale insinuazione maliziosa. Mentre
il '61 si mostrava solennemente maturo, ma ancora assolutamente vigoroso,
il '42 mi ha sedotto con il suo bouquet molto intenso, composito e vivace.
E' stato necessario annusare il bicchiere per lunghi minuti, per riuscire
a cogliere tutte le nuance. La forza, la pienezza, la profondità
di gusto e la durata che questo cinquattottenne portava al palato, hanno
confermato la mia convinzione che il Nebbiolo sia una delle uve più
misteriose e preziose. Quantunque i vini Ar.Pe.Pe. contraddicano tutte
le regole della moderna enologia e del gusto enologico internazionale
e se ne possano criticare il colore chiaro e maturo e la -presunta- progressiva
maturazione, la sottigliezza, la maestosa fruttuosità nebbiolo
e l'eleganza di questi Vini hanno contribuito in misura decisiva a procurare
dimensioni inaspettate all'immagine che mi sono fatto della Valtellina.
(sorprendentemente, sono proprio questi vini antichi Ar.P.Pe. a conservare
più a lungo la loro freschezza una volta aperti, mentre è
significativo che siano i barrique ad ossidarsi prima).
[
]
Sono dell'opinione che i vini Sassella, Grumello, Inferno e Valgella vinificati
con finezza da uve ottimali siano tra i migliori che l'Italia ha da offrire.
Non in riferimento alla concentrazione, ovviamente, ma per eleganza, raffinatezza
di frutto, complessità e longevità. Caratteristiche che
nascono dall'azione congiunta del Nebbiolo e dell'incomparabile terroir
di Valtellina.
Come in ogni denominazione, ci sono anche qui per ogni singola annata
solo poche etichette nelle quali giungono ad espressione piena sia il
potenziale del vitigno che quello del terreno. Come in ogni denominazione,
ciascun singolo produttore deve lavorare ogni anno ex novo alla realizzazione
del "grande Valtellina".
A volte ciò riesce meglio, a volte l'annata scompiglia i piani.
Ci arriveranno prima e con maggior frequenza quei produttori che possono
contare su un'elevata qualità delle uve (poiché sono disposti
a pagarle...) quelli che non faranno un pessimo utilizzo di quel 10% di
"altri vitigni" concessi dal nuovo disciplinare e che rinunceranno
a quegli elementi migliorativi-che però alterano il gusto-che sono
i mosti concentrati, le barrique nuove e i tagli con vini estranei. Se
i produttori investiranno con decisione in qualità e stile e se
nella loro sete di successo non si faranno catturare da scorciatoie "internazionali",
si può prevedere con certezza che nel prossimo futuro certi fan
del Barolo, logorati dai prezzi, si innamoreranno di uno o l'altro di
quel classici Valtellina tanto caratterizzati dal terroir.
Considerando la situazione dei prezzi, si può prevedere con certezza
una risurrezione di questi classici italiani dimenticati - il segmento
medio (Superiore con o senza indicazione della zona) dispone di una prestazione
decisamente interessante a livello di prezzi, i vini di punta (di regola
si tratta di Superiore con la denominazione aggiuntiva di Riserva) vanno
in commercio attualmente a non oltre 20.000, massimo 30.000 lire.
A confronto con altre zone vinicole la Valtellina, con i suoi 800 ettari
di vigneto, è piccola. I due milioni di bottiglie Superiore diventeranno
troppo pochi non appena il mercato comincerà a mostrare anche minimi
segni di interesse verso Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Forse
allora, come già capita con le Langhe, ci toccherà di irritarci
per i prezzi troppo alti, i vini non più disponibili e le porte
delle cantine sbarrate...
Ma per ora non è così, finora in Valtellina regna il cliente,
e non il vino!".
Traduzione Laura Bonat
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