Sassella Riserva Rocce Rosse 1996, Arturo Pelizzatti Perego
mercoledì 30 gennaio 2008
Ne
scrissi tempo fa. Intimorito, imbarazzato, consapevole che il racconto
di tale disarmante naturalezza non poteva appartenere all'uso artefatto
della penna (della mia, probabilmente). Ogni volta, da allora, che ho
avuto modo di berlo nuovamente condividendolo (l'unico modo vero per
trasmettere la passione e la cultura del vino, al di là di racconti,
critiche, video e quant'altro) con amici, mi tornavano alla mente le
sagge parole di La Bruyère, un intellettuale francese del settecento: "il piacere della critica ci toglie quello di essere profondamente commossi da cose molto belle".
E nonostante il mio scrivere sia solo il tentativo di raccontare senza
alcuna critica, la commozione, seguita alla bevuta di questo vino, ha
sempre prevalso. Anche qualche giorno fa, nuovamente. Così sconsolato
avevo rinunciato. Poi, una coincidenza (cosmica come direbbe un amico)
mi ha portato in alcune mie letture alla penna del Pardini,
alla sua rubrica di cui sono affezionato lettore, a quel suo modo
gentile e aggraziato, a quel suo scrivere amabilmente poetico, con
garbo e signorilità fuori dal comune, con quel sentimento che
appartiene all'uomo di goût ed esprit che sa coniugarli con quella delicatesse
che è il suo stile, che imprimeva su carta con maestria le sue
impressioni di questo vino. A quel punto, spronato da un sentimento di
gratitudine nei suoi confronti, ma soprattutto nei confronti di questo
vino (e delle persone che eroicamente ne acconsentono la nascita), ho
deciso che il minimo che potessi fare in segno di riconoscenza è
raccontarlo con il massimo sforzo, scusandomi per il tratto incerto,
per la sfocata inquadratura, per la grossolanità delle sfumature di cui
sarà caratterizzato. È di quei vini di fede incrollabile, immobile,
così pura la sua espressione da appartenere alla naturalezza
dell’universo, nel suo verbo son certo non gli appartiene la conoscenza
del termine sofisticazione. Lì, fermo, ti chiedi da dove venga fuori,
pare di trovarsi innanzi ad un’opera divina, una cascata, una
monumentale montagna, un panorama da guardare in religioso silenzio. È
e non è, diviene e sarà: ne apri la bottiglia 12, 14, 16 ore prima e si
mostra sempre diverso, il frutto di lampone, i fiori secchi, poi sarà
la liquirizia, la roccia viva e gli agrumi, le erbe officinali e ad un
certo punto le spezie. Impalpabile, aereo, tanto delicato da non
apparire bevanda o succo, ma esperienza trascendentale, respiro che
t’avvolge senza che tu ne avverta la consapevolezza, finché sarai
trascinato dalla sua sapida mineralità lì dove solo l’animo, non la
ragione, può arrivare. Ed ora, torno alla mia commozione. Michael Nyman.
posted by Mauro Erro @ 11.53,


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