ARPEPE e i suoi vini da nebbiolo arrampicato sulle rocce - Lavinium

ARPEPE e i suoi vini da nebbiolo arrampicato sulle rocce

Mario Crosta, Lavinium, 30 aprile 2019

 

Ringrazierò per tutta la vita l’indimenticabile tabaccaio (nonché cartolaio, giornalaio, ristoratore e albergatore) in Piazza della Basilica a Madonna di Tirano che gestiva 40 anni fa lo storico Albergo Altavilla, di cui ero stato ospite nelle vacanze natalizie del 1979, per avermi ogni giorno proposto a pranzo e a cena due bottiglie sempre diverse di vini della Valtellina, facendomene conoscere parecchi quando erano ancora tutti orgogliosamente e caparbiamente fedeli alla migliore tradizione vitivinicola locale e alle sue radici.

vigneto Ar.Pe.Pe.

Quel buon albergo ha poi subito corsi e ricorsi diversi, cambiando gestione, chiudendo e riaprendo, ma è cambiata nel frattempo anche l’enologia valtellinese e alcune aziende hanno preso sempre più le distanze da un passato grandioso, inseguendo mode assurdamente innovative con il pretesto di doversi adeguare a un mercato sempre più dominato da buyersche acquistavano soltanto vini dagli aromi pompati con dosi massicce di legno francese o americano e privi della finezza caratteristica dell’uva chiavennasca (il nebbiolo locale che qui ha tre bio-tipi principali: Briotti, Chiavennascone e Intagliata), ma superconcentrati, con una stomachevole puzza di vaniglia e fegato crudo e graditi soltanto negli USA, dove la maleducazione alimentare metterebbe il ketchup perfino sulla torta al limone della nonna.
Ricordo ancora la Riserva Triacca 1971, i primi vini della Fondazione Fojanini, la riserva della Casa Pelizzatti 1964, alcuni dei più grandi vini che si possano produrre non solo in Italia, ma nel mondo e che erano veri gioielli delle uve rosse di montagna per nerbo, freschezza, finezza, sfumature aromatiche e longevità, come mi avevano dimostrato un Grumello 1949 (30 anni) e un Sassella 1957 (22 anni). Dei Triacca ho recentemente descritto anche i vini di oggi, in particolare quelli che provengono dalle nuove tenute che i loro genitori avevano allora comprato in Toscana.

Arturo Pelizzatti Perego

Arturo Pelizzatti Perego

Della secolare azienda Pelizzatti, allora una delle più grandi in Valtellina con ben 80 ettari, avevo invece saputo che alla morte del sig. Guido nel dicembre 1973 era stata ceduta con il suo marchio alla Winefood a causa di controversie ereditarie e poi era passata al Gruppo Italiano Vini. Soltanto dopo dieci anni di lunghe vicissitudini suo figlio Arturo era testardamente riuscito a non disperdere quel patrimonio enologico del terziere di mezzo della valle, nonostante tutti i tentativi di ostacolarlo, rientrando finalmente in possesso dei suoi 13 ettari e nel 1984 era tornato a produrre vini di alto livello qualitativo, anche se con la nuova sigla Ar.Pe.Pe. (acronimo di Arturo Pelizzatti con l’aggiunta di Perego, il cognome della madre) e nonostante la minor dimensione.
Per anni le sue idee sono state giudicate eretiche in enologia, ma quest’uomo disposto al rischio comunque, senza mai piegare la testa né arrivare a compromessi, è stato capace di aspettare. Per sei anni consecutivi i suoi terrazzamenti hanno prodotto vini che non sono stati venduti prima del 1990, per esempio il Sassella Stella Retica 1992, il Sassella Rocce Rosse 1996 e il Grumello Riserva Buon Consiglio 1999. Era diventato perfino il facile bersaglio della disapprovazione di quei produttori che avevano invece spalancato i portoni alle mode, diventando più sensibili al marketing che al rispetto del tradizionale rigore nella maturazione e nell’affinamento dei vini, proprio quegli stessi che avevano introdotto la mediocrità in cantina pur di sbloccare in anticipo dei capitali.

La cantina ipogea vista dall'alto

La cantina ipogea vista dall’alto

La cantina ipogea, scavata nella roccia, era stata concepita adottando soluzioni che a quel tempo erano già considerate all’avanguardia per sfruttare il naturale isolamento termico allo scopo di mantenere il controllo di umidità e temperatura favorevoli al giusto affinamento dei vini, con l’interno fresco in estate e tiepido in inverno. Non presentava né infiltrazioni né dispersioni, non era esposta a quelle intemperie estreme come burrasche, tempeste, nubifragi e allo stesso tempo era meno invasiva nei confronti del paesaggio perché scompariva quasi del tutto alla vista sotto la collina coltivata e si conformava il più possibile al profilo del terreno.
Gli svantaggi di questo tipo di costruzione ecologicamente progressista, però, erano allora più evidenti dei vantaggi. La pianificazione dei lavori doveva essere assolutamente impeccabile in ogni singolo dettaglio, quindi con dei tempi di progettazione e di cantiere più lunghi di tutti gli altri e a un costo più alto rispetto agli edifici tradizionali, per sbancare gran parte del sito d’inserimento e per rinforzare in cemento armato i locali al fine di renderli completamente affidabili per la sicurezza, quindi con una qualità tecnologica di altissimo livello.
In quegli anni non era certo facile investire capitali e “Arturino” (per gli amici) non l’aveva certo fatto per inseguire la moda dei figli dei fiori verso lo sviluppo ecosostenibile, ma per un’intuizione geniale. Altri non avevano ancora compreso che tutto ciò che costava di più in fase di costruzione avrebbe generato un gran risparmio in termini energetici e che lasciare al vigneto maggiore superficie di terreno avrebbe generato anche reddito, riducendo al minimo necessario gli spazi per la movimentazione efficiente dei mezzi. L’evoluzione non è dettata dalle mode, ma risponde all’esigenza di migliorare ogni aspetto produttivo. L’innovazione consiste nel saper sviluppare l’essenza della tradizione allo scopo di perfezionarla in tutti i particolari.

Guido, Isabella ed Emanuele

Guido, Isabella ed Emanuele Pelizzatti Perego

Arturo però è andato fin troppo presto a vivere in paradiso nel dicembre del 2004, a soli 62 anni. Da quel momento la realizzazione del suo progetto con i metodi descritti negli antichi documenti di cantina fin dal 1860, da molti ritenuto visionario, è coraggiosamente proseguita con gli eredi, la vedova Giovanna e i figli Isabella, Guido ed Emanuele. I vini provengono da viti di oltre 50 anni (alcune anche 80), le cui radici affondano in suoli poveri composti da roccia granitica sfaldata e sostenuti da muri a secco, dove tutte le lavorazioni dei piccoli fazzoletti di terra e le cure delle viti e del loro sviluppo sono fatte a mano. Per rendere più agile e meno difficoltoso l’operare dei viticoltori, si usano gli elettroutensili agricoli leggeri a batteria Pellenc Italia, che già salire e scendere per le terrazze, rischiando anche di cadere e farsi male sul serio, è veramente faticoso. Per migliorare la salute dei ceppi si usa il metodo di potatura Simonit & Sirch. Per migliorare la qualità delle uve si usano piccole cassette per le vendemmie e nel vigneto Rocce Rosse, grazie anche all’utilizzo dell’elicottero, si è installata una teleferica per il trasporto dei grappoli raccolti in cassetta a fondovalle, dove raggiungono poi a spalla la cantina scavata all’interno della montagna per essere vinificati in tini di castagno, rovere e acacia.

Altro vigneto azienda Ar.Pe.Pe.

Quando penso ad Arturo mi viene in mente una frase di Steve Jobs. ”Questo lo dedichiamo ai folli. Agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli noi ne vediamo il genio, perché soltanto coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”. Grazie, Arturo!
Ero curioso di verificare se anche i vini degli eredi di questa preziosa dote intellettuale e comportamentale continuavano a possedere le caratteristiche che lui aveva sempre voluto nei suoi, che erano vini autentici fino in fondo. Ricordo vini di grande personalità, mai banali né ruffiani, scevri dalle mode, con un grande rispetto per la tradizione e il permesso di uscire dalla cantina soltanto quando erano nella giusta condizione per essere apprezzati, perché la giusta maturazione può richiedere tempi anche più lunghi di quelli previsti dai disciplinari.

azienda Ar.Pe.Pe.

Chi ha osato sfidare il traffico e i continui blocchi della statale 36 del Lago di Como e dello Spluga, a causa degli incidenti, ed è riuscito ad andarci in visita, mi ha riferito che ancora oggi attendono il momento più adatto secondo esperienza e soltanto allora imbottigliano, seguendo rigorosamente l’andamento delle fasi lunari, ma che hanno anche raddoppiato i tempi di macerazione perché, prolungando il contatto tra mosto-vino e bucce, hanno voluto ricercare una finezza e una complessità maggiori. Eppure qui è di casa anche la modernità, per esempio nei nuovi locali costruiti all’ingresso della cantina ipogea per l’accoglienza dei clienti, le degustazioni e la vendita, progettati dall’architetto Enrico Massimino (il marito di Isabella), dove gli ospiti possono anche ammirare dall’interno le vigne e le rocce del Grumello attraverso le ampie vetrate sotto una copertura a giardino pensile. Per non parlare della pavimentazione esterna fotocatalitica, che abbatte le sostanze inquinanti presenti nell’atmosfera, o dell’utilizzo dell’energia geotermica per ridurre ulteriormente le emissioni di anidride carbonica.
Posso fare i confronti con due vini Valtellina Superiore che avevo avuto occasione di conoscere: il Sassella Stella Retica e il Grumello Rocca De Piro. Il Pettirosso, nato con l’annata 1997, è stato l’ultimo servizio utile di Arturo ai consumatori, ma non lo conoscevo. Non posso fare perciò ancora un paragone tra l’impostazione di Arturo e quella dei suoi figli, ma lo descriverò senz’altro in abbinamento a una gustosa ricetta di Claudia Vincastri. Per apprezzarli meglio, consiglierei di servirli tutti in calici molto grandi a una temperatura di 15-16 °C.

Valtellina Superiore Sassella Stella Retica 2015 Ar.Pe.Pe.

Valtellina Superiore Sassella “Stella Retica”
2015

Di Sassella Rocce Rosse fatti dal nonno Guido Pelizzatti e dal padre Arturo Pelizzatti Perego ne ho gustati parecchi, anche se… troppo pochi! Il Rocce Rosse si distingue da tutti gli altri Valtellina Superiore per la netta cristallinità che assume il nebbiolo ad alta quota, aggrappandosi alle rocce. Sassella, appunto, dal sasso. La sua sfumatura sapida e minerale mi è sempre stata più evidente, ma ben fusa con un fruttato morbido, in perfetta armonia, in un equilibrio esemplare, con quella vena aranciata che ho spesso apprezzato all’attacco, al punto che con gli altri aromi sembra di dover poi scalare una montagna. Qui, sui fianchi delle Alpi retiche, è facile trovare le stelle alpine nell’arrampicarsi lassù per curare le vigne terrazzate ed ecco spiegato anche il nome di questo Stella Retica. A differenza del Rocce Rosse, non è un cru, ma proviene dalle parcelle inerbite di due vigneti di proprietà quando le annate sono buone, anche ottime, ma non così straordinarie da produrre le riserve, che richiedono macerazioni più che dimezzate e maturazioni in botte più che raddoppiate: Rocce Rosse (tra i 400 e i 550 metri s.l.m. con esposizione a sud-est) e Vigna Regina (a 600 metri di altitudine con esposizione a sud/ovest). Perciò ha un rapporto qualità/prezzo proprio imbattibile nonostante i costi di produzione che su queste terrazze sono enormi, perché la cura delle uve e la manutenzione delle vigne richiedono più manodopera e un maggiore ricorso a forzate soste sul lavoro a causa delle condizioni atmosferiche, sempre imprevedibili.

Sassella

Sassella

Capita che le uve di una stessa parcella maturino in modo diverso da una terrazza a un’altra e le variabili sono infinite, tanto che vanno gestite da specialisti che non temono di andare su e giù anche più volte e a orari diversi per la cura delle vigne, la manutenzione delle terrazze e le diverse fasi di vendemmia. Questo Sassella Stella Retica del 2015 è fatto con uve nebbiolo in purezza vendemmiate e selezionate a mano dal 22 ottobre, la raccolta più tardiva tra tutte le vigne di proprietà. Resa di uva in vino: 45 ettolitri per ettaro. Macerazione di ben 120 giorni in tini di legno da 50 ettolitri, la più lunga di tutti i mosti. Maturazione di 18 mesi in tini e botti da 50 ettolitri, poi alcuni mesi in vasche di cemento e vetro. Ne sono state prodotte 43.890 bottiglie da 0,75 litri, 1.124 magnum da 1,5 litri e 132 jeroboam da 3 litri, che sono state messe in vendita a partire dal febbraio 2018 con il lotto L17 110. Tenore alcolico del 12,5%. La lunga macerazione ha fatto bene al vino anche da giovane.
Questo rosso ha una spiccata freschezza. Di colore rosso granato trasparente con unghia appena aranciata, il vino ha il timbro tipico dei Sassella fatti dai Pelizzatti Perego, quell’attacco aranciato ma morbido, armonioso che annuncia un sorso rotondo e caldo e un bouquet di piccoli frutti rossi maturi, fragola di bosco, lampone, tamarindo, rosa, violetta, spezie dolci e leggere sensazioni di rabarbaro e di buona pelle. In bocca conferma le impressioni olfattive, abbonda in corpo e struttura, mostra un nerbo acido e un tannino saldo. Nel finale il fruttato sembra evaporare sotto spirito e si affacciano nuances di liquirizia e mandorla dolce.

Valtellina Superiore Grumello Rocca de Piro 2015 Ar.Pe.Pe.

Valtellina Superiore Grumello ”Rocca De Piro” 2015


Il suo nome deriva dalla fortezza sul grumo (sperone di roccia) che nel XIV secolo era di proprietà della famiglia De Piro e che era già un rudere nel 1526. Questo vino proviene dalle due vigne inerbite di proprietà situate proprio nei pressi del castello tra i 350 e i 500 metri di altitudine con esposizione a sud. Ricordo che il Grumello di una volta era sicuramente il più godibile da giovane di tutti quelli delle sottozone storiche a scendere lungo l’Adda (da ovest a est: Valgella, Inferno, Grumello, Sassella e più tardi anche Maroggia). Aveva unbouquet fruttato maturo di ciliegia e lampone, ma era fresco, succoso. Con una maggiore aerazione nel calice diventava più fine, aprendosi a note di rosa rossa, goudron e liquirizia.
Non mi ricordo se a quel tempo in quel nebbiolo poteva trovarsi pure qualche unghiata di brugnola e rossola come da usanza tradizionale consentita anche dal disciplinare. Ma è solo un dubbio. Il Grumello ”Rocca De Piro” Valtellina Superiore 2015 è fatto da nebbiolo in purezza e mi sembra più fine, oserei dire migliore. Resa di uva in vino: 45 ettolitri per ettaro. Macerazione di ben 110 giorni in tini di legno da 50 ettolitri. Maturazione di 18 mesi in tini e botti da 50 ettolitri, poi alcuni mesi in vasche di cemento e vetro. Ne sono state prodotte 31.889 bottiglie da 0,75 litri, 562 magnum da 1,5 litri e 80 jeroboam  da 3 litri, che sono state messe in commercio a partire dal febbraio 2018 con il lotto L17 114. Tenore alcolico del 12,5%.

Grumello

Grumello

Ha un colore porpora chiaro di lucentezza corallina, trasparente, con accenno di riflessi granati. Il delicato bouquet degli aromi di scorza di sanguigna arancia tarocco, rosellina selvatica e melagrana prelude all’incedere di un’accoppiata tra il lampone e la scorza di china. In bocca è rotondo, dissetante, perfettamente rifinito in una veste che è solo apparentemente sottile e attacca e finisce con la stessa straordinaria freschezza che si ritrova nel soffio balsamico finale, che lascia però una bella sensazione di calore e di tannino finissimo. In bocca è un rosso già godibile e armonioso, ma con un potenziale notevole, capacissimo di evolvere senza difficoltà per molti anni, sia per la trama setosa del tannino, sia perché non molla un millimetro neanche dopo ore e ore dall’apertura. Si sa che l’allievo, se è bravo, supera anche il maestro, ma solo se il maestro è davvero il migliore e, anche se è troppo presto per affermarlo con sicurezza, posso dire che questo Grumello, in finezza si avvicina meglio di quelli fatti da Arturo allo stile dei nebbioli che mi piace personalmente di più. Un Grumello da applausi, alla faccia dell’annata, che non è stata proprio eccezionale. Figurarsi nelle annate ancora migliori!

Mario Crosta

ARPEPE
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