Arpepe e la Valtellina: “Vi racconto i nostri vini gentili” - Stappato

Arpepe e la Valtellina: “Vi racconto i nostri vini gentili”
Alessandro Trocino, Stappato, 7 agosto 2021

 

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Arpepe e la Valtellina, intervista a Isabella Pelizzatti Perego.
Arpepe è una delle aziende più note della Valtellina. Esiste dal 1860, ma solo negli anni ’80 del secolo scorso è rinata, cambiando nome e diventando una delle realtà più apprezzate. Così apprezzata che Stappato ha inserito nel suo shop il Rosso di Valtellina. Abbiamo visitato l’azienda e parlato con Isabella Pelizzatti Perego che, insieme ai due fratelli, Guido ed Emanuele, conduce Arpepe da molti anni.

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Il vino in Valtellina
La Chiavennasca
Rosso di Valtellina Arpepe

Isabella, ci racconti le vostre origini?

“L’azienda nasce nel 1860, quando il trisnonno Giovanni vendeva i suoi vini nella vicina Svizzera. Ar.Pe.Pe è un acronimo che prende il nome dal figlio di Giovanni, Arturo Pelizzatti Perego. Allora avevamo 50 ettari e si acquistavano anche uve. La cantina venne costruita alla fine degli anni ’50. Si trovava nel centro storico di Sondrio, dove si faceva l’affinamento in botti grandi. Era un problema logistico incredibile gestire più cantine, quindi fu deciso di spostarsi in periferia. La cantina attuale è un quinto di quella di un tempo,  con una capacità di affinamento di 5 milioni di bottiglie (in legno) e 1 milione di bottiglie (in cemento). Noi e la Nino Negri eravamo le aziende più grandi. Nel ’73 il nonno si ammalò improvvisamente, nostro padre Arturo era l’unico che lavorava con lui, così decisero di vendere. Vendettero le cantine e il vecchio marchio, ma non i vigneti. La terra venne divisa tra tutti i componenti della famiglia. Alcuni la vendettero, papà la affittò per dieci anni. Alla scadenza, nell’83, riprese la proprietà e l’anno successivo nacque la nuova azienda, con sei ettari. Man mano, cominciò a prendere in affitto pezzi di terreno confinante. Dall’84 a oggi, siamo passati da 6 ettari ai 15 attuali, con un lavoro di cesello”.

Suo padre dovette ricominciare da capo, nel 1984, con il nuovo marchio. 

«Sì, lui riuscì a rimettere in pista la cantina, che era stata completamente smantellata. Dovette ricomprare tutto, dalla pompa alla linea di diraspatura. Per sei anni, da quando iniziò a vinificare, non vendette una bottiglia. Voleva fare un vino con tutti crismi.»

Che tipo di botti e di legno usate? 

«Tutti i nostri tini hanno legni piegati a vapore, perché preferiamo un legno più neutro, senza gli aromi derivanti dalla tostatura.».

Avete botti grandi? 

«Sì, usiamo botti da 5 mila litri, di Garbellotto, che fa botti dal 1775, sono all’ottava generazione e sono un fiore all’occhiello del nostro Paese. Abbiamo anche qualche tonneau e barrique, sempre di Garbellotto, piegati a vapore, perché naturalmente non in tutte le annate abbiamo 50 ettolitri e servono anche i sottomultipli».

Mettete molta cura anche nell’impianto energetico. 

«Nel 2010, per festeggiare i nostri 150 anni, abbiamo rinnovato completamente il nostro approccio energetico. Avendo la fortuna di avere la falda acquifera sottostante la cantina a una temperatura costante tra gli 8 e i 12 gradi, siamo riusciti a realizzare un impianto geotermico acqua\acqua che ci consente di raffrescare e riscaldare gli ambienti in maniera totalmente naturale».

A che temperatura vanno bevuti i vostri vini?

«Raccomandiamo di servirli tra i 12 e i 16 gradi, perché alle temperatura canoniche di servizio dei vini rossi (18 – 20 gradi) si perdono diverse sfumature dello spettro aromatico del nostro Nebbiolo delle Alpi».».

Che tecniche usate?

«Tutti i vini fanno lunghe macerazioni perché con questa tecnica riusciamo a dare armonia e complessità ai nostri Nebbiolo. Siamo arrivati a superare anche i 120 giorni prima di svinare. Con la micro ossigenazione in legno e lo scambio tra buccia e liquido, il vino raggiunge un suo naturale equilibrio. Facciamo fermentazione spontanea con lieviti indigeni e fermentazione malolattica a contatto con le bucce. Abbiamo abbondanza di microflora indigena».

Vi definite naturali?

«Siamo stati accostati al vino naturale da chi ne parlava già molti anni fa, in tempi non sospetti e quando ancora non era considerato una moda: Sandro Sangiorgi nel 2008 scrisse un articolo bellissimo su Porthos. Ma a noi non piacciono le etichette, cerchiamo molto semplicemente di preservare ed esaltare al massimo la Chiavennasca. Uva regina di un territorio unico e complesso».

Siete biologici?

«Ci piacerebbe arrivare ad un regime completamente biologico, ma la difficoltà principale è la tempestività di intervento: in un territorio dove servono 1.500 ore\ettaro\anno, per trattare 15 ettari in agricoltura integrata ci servono 8 persone, 8 ore al giorno, per 3 giorni consecutivi. Considerate che la stessa superficie in zona Barolo, viene trattata da una sola persona, in una giornata, con l’ausilio di un trattore. Se trattassimo esclusivamente in biologico, ci troveremmo a dover intervenire in prevenzione con finestre molto più ristrette e conseguentemente in maniera più rapida. Per fare un esempio, in una finestra di 8 ore, ci servirebbero circa 25/30 persone specializzate, con patentino. Quindi il problema non è solo una questione di costi, ma è soprattutto la necessità di personale specializzato in fretta. Per questo, più la superficie aziendale è ampia, tanto più il passaggio al biologico diventa difficile. Una soluzione al problema potrebbe venire da una sperimentazione che abbiamo in corso per l’utilizzo dei droni per i trattamenti».

Che trattamenti fate? 

«Siamo in agricoltura integrata, che a livello provinciale ha una restrizione ulteriore. Si procede solo con i trattamenti strettamente necessari, proprio perché sono effettuati a mano e teniamo alla salute di chi lavora con noi. Rame e zolfo sono i capisaldi, e grazie alla vocazione della valle, non c’è bisogno di molto altro. Ad esempio, in un’annata difficile come la 2014, abbiamo trattato 12 volte in integrata, quando in Regioni vicine sono arrivati a oltre i 18 trattamenti in convenzionale».

E in cantina?

«Facciamo fermentazioni spontanee in tino e cerchiamo di preservare al meglio le caratteristiche dell’annata, anche utilizzando gas inerti come azoto e Co2 per ridurre drasticamente l’utilizzo di solforosa ed evitare possibili ossidazioni precoci». Usate molta anidride solforosa aggiunta? «No, è una quantità molto bassa. Siamo ben al di sotto della soglia massima consentita dal biologico che è di 100 mg per litro: siamo tra 40 e 60».

Va di moda vinificare in bianco il nebbiolo. 

«Noi non lo facciamo e non è nemmeno in programma farlo: crediamo di avere ancora tanto margine di miglioramento sui rossi e preferiamo concentrarci su questi».

Chi fa le vostre etichette?

«Sono state disegnate in famiglia. Il Rosso e il Pettirosso li ha fatti mio marito, le altre le avevano disegnate le sorelle di mia mamma. Poi mio marito ha fatto un restyling per uniformarle». Vendete più all’estero in Italia? «Nel 2019 eravamo 60 per cento all’estero e 40 in Italia, ora la proporzione è diventata 70/30».

In quali Paesi? 

«Vendiamo di più negli Stati Uniti, a seguire Giappone e Australia. Sta crescendo il Nord Europa, mentre calano Svizzera, Germania e Austria».

Che cloni di nebbiolo avete nelle vostre vigne?

«Non sappiamo esattamente quanti diversi cloni abbiamo nei nostri vigneti, ma lo studio della biodiversità del territorio ha dimostrato che ci sono più di 30 diversi “individui”. Fino al 2004 abbiamo sempre fatto selezione massale, per valorizzare la biodiversità in vigneti di oltre 70 anni. Dal 2004 abbiamo iniziato a utilizzare anche la selezione clonale di Chiavennasca, fatta dalla Fondazione Fojanini su tutto il territorio valtellinese: questo porta a un meraviglioso mix di piante vecchi e giovani».

Queste montagne sono bellissime, ma ogni terrazzamento è diverso.

«Sì, c’è un biotipo grande che forma la famiglia del Chiavennasca. Ma poi ogni singolo terrazzino produce risultati diversi. Idealmente, ogni terrazzino produrrebbe bottiglie con sfumature diverse».

Quanti cru avete?

«Ne abbiamo sei, con 15 ettari di vigna: 9,5 si trovano nella zona Sassella, a ovest di Sondrio. A est abbiamo 4,5 ettari, in zona Grumello, e un ettaro soltanto in zona Inferno. Non abbiamo vigne nella zona Maroggia e nemmeno in Valgella».

Si può dire che la Chiavennasca è più elegante del nebbiolo piemontese?
«Sicuramente sono diversi: i tannini sono più gentili di quelli piemontesi, la gradazione alcolica è inferiore e la caratteristica fondamentale è l’eleganza».

Voi fate anche una vendemmia tardiva.

«Sì, la prima volta è stato nel ’99. Raggiungiamo una maggior concentrazione di zuccheri, di profumi ma anche di acidità. È un vino con una maggiore struttura rispetto a un Rocce Rosse, ma completamente secco, e viene fatto nel vigneto alla quota più elevata della Sassella, tra i 550 e 600 metri».

Perché non fate lo Sforzato?

«Lo Sforzato è sicuramente un ottimo vino. Nostro nonno, sotto il marchio Arturo Pelizzatti lo faceva con i vigneti più alti della Valgella. Ma, avendo vigneti nel cuore del Valtellina Superiore crediamo di esaltarne le migliori caratteristiche attraverso le Riserve».

Quali sono i produttori della Valtellina che apprezza di più? 

«Ci sono molte cantine che lavorano bene, condotte da giovani viticoltori: l’elenco sarebbe lungo. Segnaliamo tra i tanti Fay, La Perla, Dirupi, Alfio Mozzi e Marino Lanzini».