Lavinium - Il Pettirosso 2015 ARPEPE

Un gustoso Valtellina Superiore: Il Pettirosso 2015 ARPEPE

Mario Crosta, Lavinium, 24 giugno 2019

Come avevo scritto in un articolo precedente, non conoscevo questo vino nato con l’annata 1997 e che è stato l’ultimo servizio utile ai consumatori compiuto da Arturo Pelizzatti, Fino a quel momento Arturino si era impegnato a produrre vini tipici di Valtellina con i consueti, collaudatissimi, benedetti metodi tradizionali secondo gli antichi documenti di cantina della Casa Pelizzatti raccolti fin dal 1860 e trasmessigli dal padre, il sig. Guido, venuto a mancare nel 1973. Un progetto che però era ritenuto visionario da molti. Per anni le sue idee sono state giudicate eretiche in quell’enologia che stava cambiando, tanto che era diventato perfino il facile bersaglio della disapprovazione di quei produttori che avevano invece spalancato i portoni alle mode ed erano diventati più sensibili al marketing per realizzare prima i loro guadagni rispetto ai tempi richiesti nella vinificazione dalla sana tradizione di vignaioli e cantinieri saggi e pazienti.

Questo vino però non faceva parte di quel progetto, anzi era nato per caso grazie a un pettirosso che un giorno era entrato in cantina e si era posato su una vecchia botte di legno come se volesse avvertire qualcuno di qualcosa. Dicono che le gazze entrano in casa attirate dal luccichio di un piccolo oggetto. Qualche volta avevo visto entrare un gabbiano nel salone di una nave, ma mi era capitato solo una volta di vedere un pettirosso posarsi in un grande ambiente di lavoro, in una fabbrica di tubi a Porto Torres dov’ero responsabile della produzione. Mi aveva colpito il fatto che si era lasciato accogliere nel cavo della mano e spostare in un angolino sicuro e tranquillo. Gli operai che abitavano in campagna mi avevano poi detto che i pettirossi trasmettono sempre un messaggio, ma vai a capire quale!

altro vigneto azienda Ar.Pe.Pe.

Nel caso dei Pelizzatti ci è riuscita la figlia di Arturo, Isabella, alcuni giorni dopo, mentre stava assaggiando proprio il vino di quella vecchia botte e si era accorta di una leggera perdita da una delle doghe di pancia, quelle di acacia. Quel vino sembrava già pronto per l’imbottigliamento, la botte purtroppo andava subito svuotata e così con il fratello Emanuele è stato deciso di svuotare anche qualche altra botte tra quelle più pronte della stessa annata 1997 per poter allestire una quantità sufficiente a imbottigliare quel vino con una nuova etichetta e un nuovo nome: Il Pettirosso. Fino ad allora le etichette le aveva disegnate Arturo, tranne una per il Rosso di Valtellina che era stata disegnata dall’architetto Enrico Massimino (suo genero, il marito di Isabella) e, visto il grande successo di quest’ultima, si è messo subito a progettarne un’altra appunto ad hoc.
Arturino è andato poi fin troppo presto a vivere in paradiso nel dicembre del 2004 a soli 62 anni e da quel momento l’azienda è coraggiosamente proseguita con gli eredi. La vedova Giovanna e i figli Isabella, Guido ed Emanuele, dopo altri assaggi in cantina, hanno deciso di continuare a fare questo Valtellina Superiore Il Pettirosso come espressione corale delle tre zone centrali della DOCG. Questo vino, come afferma Emanuele ”affiancherà sempre (salvo imprevisti) il Rosso di Valtellina, perché vuole essere lo step successivo al Rosso per conoscere la nostra azienda. Lo faccio con le botti ”più pronte” dell’annata, di Sassella e di Grumello, cercando di unire e di esaltare le migliori caratteristiche delle due sottozone. Effettivamente è corretto che sia più pronto e immediato di Stella Retica e Rocca de Piro di pari annata. Tra l’altro è il primo Valtellina Superiore DOCG chiuso con i tappi Nomacorc Reserva”. Sono tappi a impronta di carbonio ridotta, realizzati con polimeri a base di canna da zucchero, riciclabili al 100%, adatti a vini di lusso con lunghi tempi di maturazione, garantiti per una conservazione del vino fino a 25 anni e considerati best-in-class, cioè i migliori della categoria. In superficie riportano il disegno stesso dell’etichetta.

filare viti azienda Ar.Pe.Pe.

I vini provengono in parte da viti di oltre 50 anni (alcune anche 80 e perfino 100) le cui radici affondano in suoli poveri composti da roccia granitica sfaldata e compattati dai muri a secco delle terrazze in cui si pratica la lotta integrata, si mantiene l’inerbimento e tutte le lavorazioni dei piccoli fazzoletti di terra e le cure delle viti e del loro sviluppo sono fatte a mano. Anche nelle altre vigne si effettua manualmente la maggior parte delle lavorazioni, inclusa la vendemmia, perché la difficoltà più importante non è l’altitudine, ma la pendenza media che raggiunge perfino il 30%. Il costo medio in ore per ettaro delle lavorazioni manuali può essere anche tre volte tanto quello di un normale vigneto di collina. Si parla infatti di una media di 1.500 ore per ettaro che obbliga questi vitivinicoltori alla massima qualità dei vini per poter interessare il cliente nonostante i prezzi che sono necessariamente superiori a quelli medi di mercato.
Per rendere più agile e meno difficoltoso l’operare dei viticoltori si usano gli elettroutensili agricoli leggeri a batteria Pellenc Italia, che già salire e scendere per le terrazze, rischiando anche di cadere e di farsi male sul serio, è veramente faticoso. Per migliorare la salute dei ceppi si usa il metodo di potatura Simonit & Sirch. Per migliorare la qualità delle uve durante le vendemmie si usano solo piccole cassette da 10 chili che vengono poi trasportate a spalla con l’ausilio di speciali zaini lungo i sentieri che si inerpicano sulle rupi fino alla cantina scavata all’interno della montagna, tranne quelle del vigneto Rocce Rosse che vengono invece trasportate con una teleferica costruita grazie anche all’utilizzo dell’elicottero fino a fondovalle, da cui raggiungono poi sempre a spalla la cantina per la vinificazione in grandi tini di legno non tostato di castagno con parti di rovere e acacia.

le vigne di Ar.Pe.Pe.

Chi ha osato sfidare il traffico della statale 36 del Lago di Como e dello Spluga e i continui blocchi causati dagli incidenti per riuscire ad andarci in visita mi ha riferito che ancora oggi in questa cantina si rispettano le consuetudini di una volta. Attendono ancora il momento più adatto secondo esperienza e soltanto allora si decidono a imbottigliare, seguendo rigorosamente l’andamento delle fasi lunari, e hanno anche raddoppiato i tempi di macerazione perché prolungando il contatto tra mosto-vino e bucce hanno voluto ottenere una finezza e una complessità maggiori di altri vini della Valtellina. E non è detto che si fermino qui, dato che macerazioni e affinamenti sono decisi al momento perché dai risultati raggiunti si è già sfatata, almeno per il nebbiolo biotipo chiavennasca, la credenza che le lunghe maturazioni producano estrazioni eccessive che penalizzano l’espressività e la soavità dei profumi nonché l’eleganza della veste con cui il vino si presenta.
Eppure qui è di casa anche la modernità, come nei locali costruiti all’ingresso della cantina ipogea per l’accoglienza dei clienti, le degustazioni e la vendita, progettati dall’architetto Enrico Massimino (il marito di Isabella), da cui si possono ammirare dall’interno le vigne e le rocce del Grumello attraverso le ampie vetrate sotto una copertura a giardino pensile. Per non parlare poi dell’innovativa pavimentazione fotocatalitica esterna per abbattere le sostanze inquinanti presenti nell’atmosfera o dell’utilizzo dell’energia geotermica per ridurre ulteriormente le emissioni di anidride carbonica. Posso anche azzardare nel definire Il Pettirosso come se fosse nello stesso tempo l’ultimo, inatteso, capolavoro di Arturo, ma anche il primo capolavoro dei suoi figli, cioè il ponte ideale fra le due generazioni.

Valtellina Superiore Il Pettirosso 2015 Ar.Pe.Pe.

Quello del 2015 è stato fatto in purezza da uve nebbiolo (chiavennasca) di vigneti inerbiti con esposizione a sud ad altitudini tra i 400 e i 550 metri sul livello del mare e che sono state vendemmiate il 20 ottobre e vinificate con una resa di 45 ettolitri per ettaro. Dopo una macerazione di 105 giorni in tini tronco-conici di legno da 50 ettolitri e una fermentazione spontanea innescata da lieviti indigeni è stato svinato e maturato per 12 mesi in tini e botti da 50 ettolitri e acciaio, quindi imbottigliato in 11.198 bottiglie da 0,75 litri, 281 magnum da 1,5 litri e 60 jeroboam da 3 litri con il numero di lotto L17 116 e messo in commercio dal dicembre 2017 con un tenore alcolico del 13%.
Mi ha ammaliato subito con quel suo colore rubino granato luminoso e brillante che ricorda alla mente quello dei vini da nebbiolo albese del biotipo lampia, ma soprattutto per il fruttato fresco e succulento degli aromi di ciliegia, lampone, ribes nero con sfumature di mentolo, ginepro, sottobosco e un tocco di ciliegia sotto spirito. Si gode già fin dal primo sorso, con quell’immediatezza, quella prontezza in bocca che ne fa un nebbiolo caldo e vellutato, confermando il fruttato maturo e di buon corpo. Sapidità e acidità ben bilanciate, pulizia e persistenza che invitano a bere per la grande piacevolezza. Nel finale ricorda il bastoncino di liquerizia e il buon cacao. Per apprezzarlo meglio, consiglierei di servirlo in calici molto grandi a una temperatura di 15-16 °C.

Mario Crosta