Lavinium, Valtellina Superiore Inferno Sesto Canto Riserva 2009

Lavinium, Valtellina Superiore Inferno Sesto Canto Riserva 2009

Roberto Giuliani, Lavinium, 14 aprile 2020

In questo momento il nome del vino sembra maledettamente appropriato per le disastrose conseguenze che hanno portato 4 miliardi di persone a stare chiuse in casa. Certo, il fatto che molti si ostinino a chiamare guerra questa situazione indotta dalla presenza del Covid-19, è l’ennesima dimostrazione di come le parole siano spesso usate maldestramente. Basterebbe pensare che in guerra non hai i supermercati aperti e non sei affatto sicuro neanche a casa tua, per capire che qui siamo nei guai, sì, mai in condizioni ben diverse. Condizioni che se il nostro sistema sanitario non avesse falle da tutte le parti, non certo per colpa dei medici o degli infermieri, che stanno davvero rischiando la vita per salvare quella di tutti noi, ma piuttosto per la totale irresponsabilità dei governanti degli ultimi 30 anni che hanno tagliato, tagliato e ancora tagliato, questo virus avrebbe fatto molti meno morti e non avrebbe messo in ginocchio l’economia italiana. Ma non siamo qui per parlare di politica né di coronavirus.
Il nome e la storia di questo vino hanno tutt’altro significato, è la prima Riserva della sottozona Inferno, classe 2009, merito di un acquisto effettuato in quell’anno di un pezzo di vigna sufficientemente grande da consentire a Emanuele e Isabella Pelizzatti Perego di riempire una botte da 50 Hl con doghe di castagno, rovere e acacia. Ci voleva proprio, perché il precedente Fiamme Antiche, essendo in piccola quantità, proveniva da pochi tonneaux dove al massimo dimorava un paio d’anni, non rendendo giustizia a una delle sottozone più straordinarie di tutta la Valtellina. “Sesto Canto” non è un appellativo casuale, ma è legato al punto dove si trova la vigna, a 450 metri s.l.m., sul terzo tornante della strada denominata “Circuito dell’Inferno”; da qui l’idea di dargli questo nome, visto che nell’Inferno di Dante il terzo cerchio si trova nel Sesto Canto e identifica i Golosi. Niente di più adatto per far capire la bontà di questo vino!
Papà Arturo, conosceva bene quel percorso che si inerpica sulle Alpi Retiche, lì più volte ha partecipato e vinto la Coppa del Rally di Valtellina, altra sua grande passione, e già allora sognava di realizzare una Riserva che rappresentasse al meglio quella terra aspra e impervia. Finalmente Emanuele e Isabella ci sono riusciti, permettendo a tutti gli appassionati di apprezzare un altro gioiello di casa Ar.Pe.Pe..
La vigna, le cui piante hanno un’età media che supera i 50 anni, è esposta a Sud a un’altitudine di 450 metri, situazione ottimale per prendere tutto il sole possibile della mattina e buona parte di quello pomeridiano; può sembrare scontato ma non lo è, infatti non basta che le vigne si trovino sul versante retico per avere la garanzia di un’esposizione ottimale, è necessario che guardino frontalmente alle Orobie, e non girino a est o a ovest, altrimenti prenderanno la luce solo di mattina o di pomeriggio.
Le uve sono state raccolte il 18 ottobre con una resa di solo 40 Hl per ettaro. Dopo una lunga macerazione di 49 giorni in legno da 50 hl, il vino gode di un affinamento di ben 5 anni, fra botte, acciaio e bottiglia. Da questa prima annata sono state ottenute 6.864 bottiglie da 0,75l, 150 magnum e 30 jeroboam.
Chi mi conosce sa che ho un amore viscerale per il nebbiolo, in tutte le sue declinazioni espressive, qui lo chiamano chiavennasca; come spesso accade, non ci sono certezze assolute sull’origine del nome, c’è chi sostiene sia stato Heinrich Lehmann, nel 1797, a ritenere che il vitigno provenisse dalla Valle Chiavenna e, quindi, ad acquisirne il nome. Ma c’è anche chi ne attribuisce la paternità al termine dialettale “ciù vinasca”, che significa semplicemente uva adatta a produrre vino.
Poco importa, quello che conta è ciò che arriva nel calice, e qui siamo decisamente al sicuro, perché se vogliamo un vino che racconti la natura di quell’Inferno, questo ne è la sintesi.
Difficile rimanere ragionevoli e distaccati mentre ci si lascia avvolgere dai profumi che scaturiscono in pochi istanti, tanta eleganza nell’esprimere il frutto in tutte le sue sfaccettature, compresa quella sfumatura di arancia che frequentemente ho colto nei vini di Ar.Pe.Pe., altrettanta raffinatezza nella trama floreale, che fonde le classiche note di viola e rosa a fiori più caratteristici delle zone di montagna; sotto emerge con decisione un mondo caldo, rotondo, ma anche terroso, sassoso, un segnale che arriva dal suolo a indicare una natura asciutta, solida, minerale, intrisa di una saggezza antica e poco definibile da noi, meschini esseri umani, che l’abbiamo troppo spesso vituperata senza comprenderla.
Per quanto possibile, è bene masticarlo questo vino, deve girare tra le pareti della bocca, senza rumorosi sciacquettii o risucchi, basta che le sue molecole abbiano il tempo di liberare tutte le loro rimarchevoli qualità espressive, pochi, fondamentali secondi, ed ecco che il vino va da sé, comunica lui e dirige lui la sinfonia, ogni mio tentativo di descriverla non può che sminuirla.
Certo, dietro a vini così non c’è approssimazione, ma il lavoro di anni, sia in vigna che in cantina, il confronto con i padri, la presa di coscienza che nulla è scontato, che ogni anno sarà diverso, ma che se comprendi la lingua di quella vigna avrai la chiave principale per raggiungere risultati esaltanti come questo, sempre con il beneplacito di una natura generosa e accondiscendente.
Ogni sorso è un messaggio d’amore, fantastico, infinito, secondo me lui, Arturo, da lassù, una saggia mano continua a donarla.