Materia viva (Vignaioli Naturali a Roma 2020)

 

 

 

 

 

 

Materia viva (Vignaioli Naturali a Roma 2020)
Gianni Cardillo
, VinoTV, 7 febbraio 2020

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Il 25 e 26 gennaio scorsi si è tenuta all’Hotel Excelsior di Roma la manifestazione “Vignaioli Naturali”, ideata e organizzata da Tiziana Gallo. Come ogni anno l’attesa ha ripagato gli appassionati che, sempre più numerosi, si sono affollati tra i banchi di oltre 90 produttori, i cui vini mostrano una qualità in costante e significativo aumento.

Partito da condivisibili esigenze etico/culturali, in pochi anni il movimento del vino naturale è riuscito a indirizzare e modificare il gusto del pubblico – almeno di quello più attento e informato. Anche le scelte di molti ristoratori ne sono state influenzate, infatti ormai non possono più fare a meno di avere in carta almeno qualche produttore ‘naturale’ se vogliono essere à la page.

Ecco, forse proprio il successo del movimento è alla base del pericolo che più lo assedia: il mainstream.

Questa minaccia si manifesta in vari modi.

Uno è la tentazione del diventare piacioni, seguendo o cercando di dettare mode quali – giusto per fare un paio di esempi – l’uso (e abuso) delle anfore e la proliferazione dei rifermentati in bottiglia. Anche il famolo strano, ossia la sperimentazione a tutti i costi, fa parte di questo pericolo. Per esempio mi è capitato di assaggiare un metodo classico, a base Trebbiano e Malvasia, fatto con uve affumicate. “Ci siamo divertiti ad affumicare le uve e vedere cosa usciva fuori”, dice il produttore. Ne è scaturito un vino indubbiamente molto particolare, che investe con forti sentori di affumicatura (sembra una scamorza) e che lascia quantomeno perplessi.

Altro rischio è dato dal far passare qualunque difetto come parte della supposta naturalità del vino: forti riduzioni, sentori organici, volatile penetrante… In questo modo si rischia di allontanare i consumatori, e prestare il fianco all’identificazione dei vini naturali con “i vini che puzzano”. La spontaneità a tutti i costi non può voler dire sperare che le imperfezioni più o meno gravi si sistemino in bottiglia. Ridurre l’anidride solforosa – giusto per fare un esempio – e portarla quasi a zero, senza che il vino abbia poi difetti, significa rendere molto più accurati il lavoro in vigna e la selezione delle uve.

 

Insomma, col passare degli anni l’entusiasmo per i vini naturali aumenta insieme al rischio, da parte di alcuni produttori, di voler inseguire il mainstream nel suo significato più deleterio e mortifero per il movimento.

Infatti oggi anche molte aziende convenzionali provano a cavalcare l’onda, realizzando prodotti che definiscono ‘naturali’. Hanno fiutato l’affare. Del resto anche nell’industria alimentare e nella grande distribuzione il biologico – e tutto ciò che richiama il salutismo in generale – sta diventando un must. Siamo invasi da annunci come “senza olio di palma”, “senza zucchero”, “senza glutine”… Certo, in alcuni casi è un bene per la nostra salute, ma a volte non ci rendiamo conto che il “senza qualcosa” prevede la presenza di qualcos’altro, che potrebbe essere anche più dannoso.

Ecco perché i vignaioli naturali devono lottare per affermare la propria identità e la propria specificità, senza farsi fagocitare da questo tipo di mainstream, che confligge coi principi e l’essenza stessa del movimento. In questo senso andrebbe forse preso ad esempio quel modo nobile di essere mainstream appartenente a vini che erano naturali ancor prima che esistesse questa definizione, e che hanno aperto la strada senza scalfire la propria identità, anzi consolidandola: da Romanèe–Conti a Soldera passando per Rinaldi, Gravner, Pepe, Valentini, Dettori… Vini che pongono al centro l’artigianalità, la salvaguardia dell’ambiente e della salute del consumatore, il rifiuto della chimica, l’esaltazione della biodiversità grazie al recupero di uvaggi trascurati o abbandonati. E la riscoperta della sensorialità del consumatore, spesso anestetizzata dalla mediocrità e dalla serialità produttiva anche se marchiata ‘bio’.

Secondo Roland Barthes è “sterile ricondurre l’opera a qualcosa di puramente esplicito, perché allora non c’è più nulla da dirne e perché la funzione dell’opera non può consistere nel chiudere le labbra di coloro che la leggono”. Ecco, lo stesso principio può essere applicato al vino. Un vino che concede tutti i suoi sapori al primo sorso, che dispiega tutti i suoi profumi immediatamente, è un vino che non ha nulla da dire. Il buon vino invece produce un incontro con il suo consumatore. E l’incontro è stupore, esplorazione, apertura di possibilità, propensione a essere spiazzati dalla soggettività dell’altro (del vino che si evolve nel calice, per esempio), di costruire uno spazio e danzare in esso. Danzare coi sensi.

Di vini con siffatte caratteristiche ne ho incontrati parecchi durante questa intensa due giorni all’Excelsior. Ne racconto alcuni che mi hanno particolarmente affascinato, e i cui produttori mi hanno colpito per l’elevata qualità non solo del singolo vino ma dell’insieme della loro produzione.

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Ultimi raggi, Riserva Sassella, Valtellina Superiore 2013 – Ar.Pe.Pe.

Nebbiolo cesellato dal sole e dalla brina, complesso, morbido, intenso e di buon nerbo. Alle note di fragola e lampone si uniscono marasca, ciliegia, mirtillo, cannella, cardamomo, liquirizia, anice. Ha una mineralità e una freschezza di rara finezza e un tannino molto elegante. Molto lungo e persistente. Emozionante. Un’azienda i cui vini sono sempre una garanzia.