Storie di Nebbiolo in Valtellina

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"
Marco Arturi, La Repubblica, 25 settembre 2019


Dalla diatriba tra Soldati e Monelli sul raccontare il vino, alla descrizione di un territorio particolarmente vocato per il vitigno: "Un soffio di ruggine, imprevedibilmente dolce"

di MARCO ARTURI

L’antefatto: Nel 1959 Mario Soldati si reca a Gattinara, cittadina del nord del Piemonte nota per essere la culla di grandi vini da nebbiolo, e scrive di getto un resoconto della sua visita intitolato Un sorso di Gattinara, che verrà pubblicato di lì a poco nel libro La messa dei villeggianti. E’ il racconto della ricerca spasmodica quanto rocambolesca di una bottiglia di vero Gattinara, che Soldati chiude con delle note di degustazione poco tecniche e molto sentimentali. Nell’agosto dell’anno seguente Paolo Monelli – sodale di Soldati e come lui fine intellettuale e antesignano della critica enogastronomica -  pubblica sul mensile “Successo” un ritratto al vetriolo dell’amico, nel quale lo accusa di essere abituato a giudicare il cibo e soprattutto il vino lasciandosi condizionare dalle suggestioni, dall’ambiente circostante, financo da “una macchia d’insetto sul muro”. La chiusa del ritratto è lapidaria: “Caro Soldati, anche il più modesto bevitore sa che il vino non si giudica al sogno”. Soldati accetta, seppure con una certa riluttanza, le critiche ma pretende dall’amico – che è arrivato a definirlo “enocida” - delle pubbliche scuse qualora il vino oggetto del suo racconto sia davvero notevole. Porta una bottiglia di quel Gattinara a Monelli, il quale è costretto ad ammettere che si tratta di un vino di grande fascino e pubblicherà la sua ammenda qualche tempo dopo, all’interno di Optimus potor ossia "il vero bevitore", libro di culto tra gli appassionati.

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"

Arpepe


Faccenda chiusa, non fosse che proprio Monelli inciampa nello stesso vizio rinfacciato a Soldati. Tutta colpa della Valtellina, che lo rapisce con i suoi vini e i suoi paesaggi al punto da indurlo a descrizioni a dire poco evocative e sognanti. La cosa non sfugge ovviamente all’amico, che qualche anno più tardi – nel 1968 – si prende la rivincita definitiva tra le pagine di Vino al vino, dove denuncia di aver colto Monelli “in flagrante delitto di sogno”. Questa diatriba, memoria di un’epoca e di uno stile ormai irrecuperabili, ha il merito di metterci davanti a una serie di evidenze: il vino sta stretto nello spazio di una nota tecnica di degustazione, è in grado di suscitare sensazioni contrastanti a seconda di chi (e di quando, e di dove) lo assaggia e soprattutto ha un legame inscindibile con i luoghi dei quali è espressione. Non è un caso se la schermaglia tra Monelli e Soldati ha avuto come teatro due zone nelle quali vino è sinonimo di nebbiolo, vitigno capace come pochi altri di leggere un territorio e di consegnarlo alla nostra sensibilità in maniera nitida. E non è un caso che Monelli si sia fatto cogliere in flagrante proprio in Valtellina.

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"

Vendemmia da Barbacan


“La Valtellina è secoli di viticoltura in un tornante”, così comincia un articolo pubblicato su Porthos, rivista diretta da Sandro Sangiorgi: un’istantanea che ritrae vigneti arrampicati su pendenze vertiginose dove è possibile solo la lavorazione manuale, dove la vendemmia si svolge in autunno inoltrato e la selezione dei grappoli richiede una pazienza d’altri tempi. Ma, a dispetto delle difficoltà che caratterizzano una viticoltura per la quale si può tranquillamente spendere l’aggettivo “eroica”, alla gente di questa valle non è mai venuta meno la voglia di fare vino: si tratta di un’abitudine di quelle difficili da smettere, lunga più di duemila anni. Il teatro è di quelli a cui è debitrice l’iconografia classica della viticoltura di montagna: una delle poche valli alpine longitudinali, protetta dai venti freddi del nord da quel versante retico che è geometria di terrazzamenti e sguardo al sole (che qui garantisce lo stesso numero di ore di irradiazione di Pantelleria: millenovecento all'anno). Una viticoltura verticale e di luce che pare un tributo al talento di un grande vitigno: il nebbiolo da queste parti si chiama chiavennasca e trova una cifra espressiva unica, diversa da quella che mette in mostra negli altri suoi luoghi d’elezione. La spiegazione di Sangiorgi è definitiva: “Il Nebbiolo di Valtellina è un soffio di ruggine, una lama sottile e imprevedibilmente dolce. Chi scopre il talento del più nobile vitigno rosso italiano attraverso un Sassella o un Grumello, le principali denominazioni della zona, non lo abbandona più perché accarezza il concetto di armonia, afferra quello di trasformazione virtuosa e impara, una volta per tutte, il significato di lettura didascalica dei luoghi”.

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"


I vini di Valtellina hanno lo stesso fascino e la stessa efficacia di un racconto di Raymond Carver: i termini più adatti a descriverli sono probabilmente essenzialità e rarefazione. Come le pagine dello scrittore americano, ci lasciano alle prese con un senso di attesa irrisolto e sembrano giocati per sottrazione, eppure sono capaci di restarci impressi come pochi altri e di durare nel tempo. Le differenze tra le varie sottozone – in ordine sparso Sassella, Inferno, Grumello, Valgella, Maroggia -  a detta di qualcuno sono state enfatizzate a fini commerciali ma non risultano campate per aria; anche in questo caso entrano in gioco la sensibilità propria del vitigno di cui sopra e quella soggettiva dell’assaggiatore. Si tratta spesso di sfumature difficili da scorgere, legate alle altimetrie e alle esposizioni: ma il dettaglio qui si è fatto forma e pure sostanza. Sarà per questo che lo Sforzato, parente dell’Amarone e primo passito rosso a ottenere la Docg, è guardato a volte con perplessità dai cultori di questa zona: troppa materia, troppa carne al fuoco, e poi quel nome. A consegnarci l’immagine più nitida della Valtellina oggi sono senz’altro le cantine tradizionali e artigiane; negli ultimi 15 anni – e questo dato, diverso da quello di tante altre zone di montagna, è a dire poco incoraggiante – molti giovani si sono messi in gioco, spesso lasciando le occupazioni precedenti per dedicarsi alla viticoltura. Alcuni di loro lavorano fianco a fianco, scambiandosi strumenti ed esperienze (è il caso dei Veltliner, gruppo informale di vignaioli che vi consigliamo di tenere d’occhio), altri corrono da soli, forti della consapevolezza di trovarsi per le mani un potenziale unico. Quella che segue non è una lista della spesa, anche perché nella valle lombarda potete trovare molto altro senza rimanerne delusi: è una piccola mappa arbitraria, ragionata per orientarsi in una realtà ancora sconosciuta a molti. L’invito vero, però, è quello a perdersi: la Valtellina è il posto giusto per farsi cogliere in flagranza di sogno.  


Grumello Rocca De Piro – Valtellina Superiore, Ar.Pe.Pe

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"

Arpepe


Il giusto tempo del nebbiolo, dice il motto di famiglia; non si tratta di un vezzo, ma di una filosofia produttiva che è tradizione senza compromessi e che ha a che fare con l’attesa e con la pazienza. Questo Grumello, interpretazione impeccabile di territorio, manca forse della complessità di altri vini della cantina – vengono in mente il Rocce Rosse e il Vigna Regina – ma è contraddistinto da una piacevolezza che lo rende accessibile anche a chi non è avvezzo al rigore del nebbiolo. Concreto ed evocativo, è una delle migliori porte di ingresso possibili per entrare in Valtellina.

Sassella Grisone – Valtellina Superiore, Alfio Mozzi
Alfio di mestiere faceva il fabbro, poi sul finire del secolo scorso ha deciso di mollare l’attività per dedicarsi a tempo pieno alle vigne di famiglia tra le quali racconta di essere cresciuto. I suoi sono vini molto dritti, sempre figli dell’annata in tutto e per tutto. Il Grisone è capace di ruvidità e durezze, in genere compensate da luminosità e calore. Attenzione a non scambiare la sua austerità per ritrosia: il suo rapporto con il cibo, quasi sempre agevolissimo, fa da cartina di tornasole.

Pietrisco, Boffalora
Un vino paradigma. Figlio di un assemblaggio delle uve di vari microappezzamenti (tra cui alcune vigne ultracentenarie) dislocati in zone diverse, il Pietrisco è un’espressione purissima di Valtellina. Il blend è ad assetto variabile, nel senso che la scelta delle uve varia di anno in anno: ma invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia, dal momento che a contraddistinguere questo vino è sempre una pulizia espressiva che trova pochi riscontri. Nitido e comunicativo, il Pietrisco è un esercizio di quella sensibilità che Giuseppe Guglielmo, carrozziere reiventatosi vignaiolo, dedica anche alla cura delle api.

Igt Terrazze retiche di Sondrio, Pizzo Coca

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"

Pizzo Coca


Lorenzo Mazzucconi scende in campo - non si può dire “in vigna” perché ha già alle spalle una serie di esperienze in giro per l’Italia al servizio di varie cantine – nel 2015, cominciando a produrre in proprio vino e miele. Mosso da uno spirito da contadino ribelle, si misura anche con altre forme di coltivazione e di allevamento. L’approccio naturale emerge da questo vino fuori denominazione, un nebbiolo in purezza affinato in acciaio che trova la sua cifra nella freschezza e nell’immediatezza. C’è ancora qualcosa da smussare, ma la strada è quella giusta: già adesso è difficile che ne basti una bottiglia.

Sassella Terrazzi alti – Valtellina Superiore, Terrazzi Alti
Uno potrebbe stentare a credere che si tratti di un vino di montagna, considerando la vena mediterranea che lo caratterizza: ma carattere e portamento sono inequivocabilmente valtellinesi, a partire da un’attitudine aerea che predilige la sfumatura. Leggiadria ed eleganza in un quadro gustativo coerente dal principio alla fine. Da provare con piatti di mare, lasciando a casa i luoghi comuni. Dimenticavamo: a realizzarlo è un doppiolavorista che si chiama Siro Buzzetti e si divide tra la vigna e l’attività di perito agrario.

Sassella Riserva – Valtellina Superiore, Pietro Selva   
“Lavorare bene per gente che vuole bere bene”. Quella di Pietro Selva è una pragmaticità molto lombarda, di quelle che rifuggono lo svolazzo. La ritrovi intatta nell’incisività dei suoi vini, caratterizzati da intensità e mordente. Qui non è certo il carattere a mancare, la dice lunga a riguardo questo Sassella Riserva, forte di un piglio e da un volume che non hanno bisogno di tradursi in muscolarità. E’ quello che i francesi definirebbero un vino di razza, realizzato nel segno del non interventismo e testimone di un legame molto stretto con il territorio.

Valgella Söl – Valtellina Superiore, Barbacàn

Storie di Nebbiolo in Valtellina, ovvero "secoli di viticoltura in un tornante"

Barbacàn


La memoria narra che gli anziani da queste parti dicessero che “La casa che ha il vino è mezza sfamata”. Lo sanno bene Luca e Matteo Sega, che qualche anno fa hanno lasciato i rispettivi impieghi per dedicarsi a quella che sembrava la scelta più logica, quella di seguire le vigne di famiglia. L’approccio naturale lascia il segno su questo vino vibrante e comunicativo, figlio di un cru situato a circa 500 metri di altitudine. Qui non manca nulla, a cominciare dal coraggio: lecito aspettarsi parecchio da questa cantina.

Nebbiolo Sassifraga, Le Strie
Il vino giusto se cercate un sorso non troppo cerebrale, magari da accompagnare a una merenda con gli amici. Ma attenzione, la banalità è tutt’altra cosa: il Sassifraga è un Nebbiolo di montagna libero da guinzagli, che sa concedersi senza riluttanza e che è capace di stare a tavola. E’ il prodotto di entrata di una realtà relativamente giovane, condotta da due coppie – una romana, l’altra veneziana – che misura la propria sfida con una serie di vini che guardano alla tradizione.