Un'ostinata passione per il più aristocratico dei vitigni

Un'ostinata passione per il più aristocratico dei vitigni

Gloria Ines Colombo, A Gipsy in the Kitchen - febbraio 2018

L’acqua della doccia che scorre leggera come la pioggia, l’asciugacapelli che suona una canzone che non riesco a riconoscere e il rumore dei cucchiaini che girano lo zucchero nella tazza del latte.
 
Anni e anni di CAI, di sabati passati sui pullman per raggiungere Valtournenche e Alagna, di giornate fredde e neve ghiacciata su e giù per le piste e questo è sempre stato il momento migliore dell’andare in montagna: nascondermi sotto le coperte facendo finta di non aver sentito che è ora di alzarsi e ascoltare la mamma e il papà che cercavano di non fare rumore alle 5 del mattino.
 
Ancora adesso mi sembra di dover partire per la montagna tutte le volte che mi infilo una calzamaglia o un dolcevita.
La neve fresca che si compatta sotto il peso degli scarponi.
Il giornaliero legato al collo con l’elastico.
Il rumore della seggiovia quando passa sotto i piloni e la sensazione di scivolare che ti resta addosso anche quando hai tolto gli sci.
Questa la posso considerare la classifica delle cose che mi piacciono di più della montagna. Classifica che è rimasta stabile fino a quando non sono entrati nella top ten i vini della Valtellina.
 
Un po’ per i capricci del cuore, un po’ per lavoro, ho avuto la fortuna di conoscere i vini di questo straordinario territorio, che è anche l’unico posto al mondo, fuori dai confini del Piemonte, dove il nebbiolo riesce a dare risultati sorprendenti.
Se passate da Sondrio visitate la cantina di Arpepe e se proseguite fino a Ponte in Valtellina fermatevi a conoscere i giovanissimi Davide e Pierpaolo di Dirupi. Due produttori che colpiscono dritti al cuore.
Arpepe Rocce Rosse 2007, Sassella riserva, Valtellina Superiore DOCG
 
Definirla agricoltura eroica è poco. Se avete mai visto i terrazzamenti della Valtellina vi sarete fatti un’idea della complessità di lavorare in vigne che crescono su pendii così ripidi. Il microclima favorevole da solo non basta. Ci vuole un’ostinata passione, un equilibrio da funamboli e un’abilità senza pari quando si ha a che fare con il più aristocratico dei vitigni. Il giusto tempo del nebbiolo. Nessuna scorciatoia. Il mantra della casa è saper attendere i tempi della natura.
 
Chiavennasca (nebbiolo) in purezza.
Rosso granato.
Lo spettro olfattivo è un prisma di ciliegie sotto spirito, rosa, scorza d’arancia, chiodi di garofano,  tabacco. All’assaggio è un tessuto finissimo che intreccia freschezza e dolcezza. Capolavoro di equilibrio.
Affinamento in legno di castagno e rovere, per 4 anni, cemento e vetro.
12.000 bottiglie all’anno.
 
Miglior rosso per il Gambero Rosso 2018, che è solo l’ultimo in ordine cronologico dei riconoscimenti che hanno premiato la filosofia di questa azienda.
Una bottiglia che per me è talmente legata ai riflessi cangianti del ghiaccio del canalone di Madesimo e alle montagne silenziose che si specchiano nella diga del Passo dello Spluga, che separarla dai pizzoccheri dell’Albergo della Posta sarebbe un delitto.

 

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