Il Pettirosso

Di questi pennuti son pieni i boschi, quelli che oggi incombono sulle vigne della Valtellina, una volta vitata sino a quote molto più elevate. È raro che entrino in cantina, ma quel giorno se ne posò uno su una botte di legno vecchia, quasi volesse avvertirci di qualcosa. Pochi giorni dopo mentre ne assaggiava il vino, Isabella si accorse di una leggera perdita da una doga di pancia, quelle di acacia. Il vino sembrava essere pronto per la bottiglia e la botte purtroppo andava sostituita. Era troppo poco per decidere di farne un’etichetta e allora con Emanuele scelse alcune botti di quel ‘97, le più pronte, per farne Il Pettirosso.

Le etichette prima le disegnava Arturo e per continuare la tradizione di famiglia Isabella chiese a suo marito Enrico di occuparsene, visto il successo della prima realizzata: il Rosso di Valtellina.

In serate particolari Il Pettirosso lo si ritrova a cena sui terrazzi sopra Sondrio, che cinguetta allegro. Soltanto in qualche annata gli assaggi in cantina ci suggeriscono di fare un Valtellina Superiore che sia l’espressione corale delle tre zone centrali della DOCG. Macerazioni e affinamenti sono decisi al momento, quasi come un attore che improvvisa su un canovaccio. Pare che il canovaccio scritto da Arturo sia un terreno fertile per le architetture enologiche della nuova generazione.